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Cris Pedrotti

La Milano Fashion Week 2021: Fendi Land

La Milano Fashion Week 2021 Fendi si è svolta a Roma: una collezione leggera che con uno sguardo panoramico, delinea la mutata topografia del pensiero maschile della direttrice creativa Silvia Venturini Fendi.

La sfilata in digitale, in scena dall’headquarter della Maison, a Palazzo della Civiltà Italiana, a Roma è un’ode raffinata alla Città Eterna e al suo senso dello stile.

Fendi Land è il nuovo motivo astratto della collezione uomo Estate 2022, un disegno cartografico della città di Roma con Palazzo Fendi al centro, che diventerà sicuramente iconico e che riassume il significato della visione creativa. L’ispirazione che è nata dai cieli di Roma, il particolare punto d’osservazione dove i colori del tramonto incontrano il fascino e la storia dei monumenti.

Quando sei in cima a questo tetto, senti che la vita è bella e che il mondo è bello. Mi sento ottimista. È come un osservatorio: vedi tutto, ma piccolo e puoi riconsiderare le cose e metterle nella giusta proporzione. Il nostro punto di vista singolare in questo periodo ha modificato la nostra percezione del mondo e il mio è diventato così legato a ciò che vedo dagli archi e dai tetti del nostro edificio. I colori e la prospettiva cambiano sempre: la morbida tavolozza del cielo romano durante il giorno è così bella e volevo che fosse il punto focale di questa collezione”, ha spiegato Silvia.

I modelli hanno sfilato sotto gli archi del palazzo, meravigliosa espressione dell’architettura razionalista, salendo fino al tetto; alle loro spalle i Colli Albani e Castel Gandolfo, residenza estiva del papa.

I look della sfilata reinventano le proporzioni dei volumi;

Il savoir-faire sartoriale è il campo di sperimentazione di nuove lunghezze e proporzioni. La stampa della mappa della Città Eterna con il fiume Tevere e la sede di Fendi, disegnata a mano, è espressa in fantastiche sfumature di pistacchio, malva e stucco; la stessa stampa che si vede fluttuare in pantaloni di seta e pantaloncini.

I colori delicati evocatori dei cieli della primavera e dei panorami di Roma, con toni pastello limone, lime, azzurro, lavanda, pistacchio e peonia a contrasto con le nuance minerali di travertino, gesso, grafite e ardesia.

I pastelli dell’alba invece sono pronunciati in modo più vivido su T-shirt e spolverini con inserti di organza e nylon, tecnicamente superbi; blazer di lino con revers a punta, dotati di tasche funzionali per telefoni cellulari e iPod che sporgono oltre l’orlo; short a vita bassa, multitasche che fungono sia da contenitore che da volant un po’ come gonne finte da centurione; pantaloni dritti con spacco alla caviglia e giacche si sbottonano lungo i fianchi. I capispalla sono definiti da trench, ampie giacche a vento e overshirt impreziosite da impunture in stile selleria, dettagli in rilievo su suede reversibile, nappa e cotone sostenibile tinto in capo.

Quasi tutti i capi della collezione sono reversibili, cioè in grado, grazie anche alla loro leggerezza, di essere indossati su entrambi i lati, quasi a dare un significato di visuale libera della vita e della moda. Il senso di libertà è infatti anche l’anima di questa pregiata collezione.

Per la Milano Fashion Week 2021 Fendi l’uomo non è più rinchiuso in canoni predefiniti ma aperto e audace.

Il capo più ardito è un abito/camicia chic, vagamente retrò, in lino bianco con maniche rigate, un po’ più corte e colletto di seta; accompagnato da una borsa a secchiello. Prima che scendesse l’oscurità gli abiti sono diventati più sartoriali e avvolgenti e i 15 modelli sono saliti sul tetto.

Grandi impermeabili traslucidi e caban mimetici, al crepuscolo sul tetto, hanno creato un’atmosfera incredibile, un ode alla città di Roma e alla sartorialità eccelsa.

Gli accessori in sfilata propongono oggetti quotidiani trasformati attraverso la maestria artigianale degli atelier Fendi.

Gli occhialini e la cuffia, realizzati in collaborazione con Arena, si uniscono a fantastiche cartelle da lavoro in pelle brunita, una tasca esterna per racchetta da ping pong.

Accessori iconici sono abbinati a scarpe e occhiali, pezzi cult della stagione, oggetti quotidiani trasformati dalla maestria artigianale degli atelier Fendi.

Look con occhialini da nuoto e cuffie, realizzati in collaborazione con Arena; borse con scomparti per le racchette da ping pong; l’iconica Baguette che diventa piccolissima, micro come un portagioie oppure grande come una messanger, con una bella interpretazione del logo F sul retro.

La Peekaboo è in nylon, i sandali con la suola come le sneackers e le sneakers invece slip-on, ossia senza stringhe, zip o cinturini.

Una breve apparizione di una orgogliosa Silvia Venturini Fendi da sola; Per molti anni, lei e Karl Lagerfeld si inchinavano insieme alla fine di ogni sfilata di prêt-à-porter, una tradizione finita all’arrivo di Jones.

Sul finale, l’effetto speciale, che ha fatto acquisire quella leggerezza dello sguardo aereo con cui, dall’alto di un palazzo, Silvia Venturini Fendi voluto definire una nuova visione dell’uomo.

La Milano Fashion Week 2021 Fendi si è chiusa con una splendida illusione ottica; le esatte tonalità della collezione proiettate sui molteplici archi del palazzo svettante, ogni arco contenente un unico modello come a voler incorniciare ogni look. Uno spettacolo nello spettacolo di Roma.

Cris…VeryCris

Leggi anche – Ermenegildo Zegna XXX Summer 2022

[Voti: 2   Media: 5/5]

Ermenegildo Zegna XXX Summer 2022

Ermenegildo Zegna Summer 2022, ha aperto venerdì la Milano Fashion Week Uomo con una delle collezioni più raffinate e sofisticate disegnate da Alessandro Sartori. Un grandissimo inizio.

Zegna ci ha portato in un viaggio profondamente urbano- industriale ma allo stesso tempo arioso, in un quartiere milanese periferico costruito da Aldo Rossi negli anni ’60 e ’70. Circondati da uno scenario architettonico imponente, i modelli e le modelle, hanno sfilato in un piazzale spopolato fino a trovare posto davanti ad un mega-schermo; il tutto con sullo sfondo le torri pendenti di Dominique Perrault, a Rho, alle porte di Milano. Nella conclusione del video sul mega-schermo alcuni modelli hanno preso posto, camminando sull’acqua, in un lungo tavolo allestito dentro le acque di una fontana, per brindare con gioia alla loro ritrovata libertà.

In perfetta armonia con la scenografia della sfilata la collezione ne rispecchia le percezioni: ariosa, pulita, urbana ma libera.

Soprannominata “The New Set”, l’ultima collezione di Ermenegildo Zegna XXX Summer 2022 spezza i tradizionali codici dell’abbigliamento maschile, sostituendo il blazer con la giacca di lino a tre bottoni. Un rinnovato guardaroba maschile fluido, costruito attorno a quattro categorie: la nuova giacca o over t-shirt, la maglieria, i pantaloni con nuove vestibilità, a vita alta e senza cinta e le scarpe sportive.

Dando risalto più che mai ai colori e alle linee pulite, il direttore creativo del brand piemontese di luxury menswear, ha saputo costruire un guardaroba elegante, indossabile e ultrasofisticato. Con una raffinata reinterpretazione della sartoria classica, depurata da qualsiasi eccesso, ha dato vita a un nuovo stile maschile; informale, lineare e lussuoso che mette in risalto la ricchezza dei tessuti. Le silhouette monocrome, ariose e fluide hanno dato vita ad un guardaroba componibile con capi multifunzionali, leggeri, indossabili e comodi. Una collezione uomo, indossabile anche dalle donne, come la presenza di modelle, ha confermato.

Cappotti lunghi e giacche a kimono, stretti in vita da un nastro; grandi spolverini leggeri e giacche a taglio camicia, in pelle di vitello liscia dall’effetto da sembrare cotone. Camicie, bluse e t-shirt oversize su shorts e pantaloni ampi, per look che tono su tono ma abbinabili e mixabili.

Una splendida collezione Ermenegildo Zegna XXX Summer 2022, libera e funzionale.

Un’estetica da lavoro, quasi rigorosa ma dall’aspetto sportivo, non formale composta di capi multifunzionali, leggeri, indossabili e comodi. Il fulcro della collezione è la realizzazione di capi intercambiabili, con moduli di colori abbinabili a piacimento: rosa pastello, sabbia, tabacco, panna, blu e verde. Colori luminosi, ariosi che uniti alle rifiniture sofisticatamente pulite e a taglio, hanno creato un’armoniosa pulizia.

Un uomo solare, attivo, sportivo e positivo è quello che ci ha regalato Alessandro Sartori. Il risultato è una collezione Ermenegildo Zegna XXX Summer 2022, esteticamente essenziale, ma ricca di dettagli, finiture elaborate e nuove soluzioni tecniche. Qui la costruzione la fa da padrone, con gli abiti liberati da ogni superfluo, comprese fodere e imbottiture. 

A presto per nuove news dalla Milano Fashion Week 2021

Se ti è piaciuto l’articolo, votalo, grazie!

Cris…VeryCris

[Voti: 2   Media: 5/5]

Il terremoto Chanel

Amata e odiata, sfrontata per eccesso di timidezza, ribelle, anticonformista. Sempre pronta ad innamorarsi di uomini di ogni età, purché ricchissimi. Nulla la spaventa e non ha nulla da perdere.

Gabrielle Coco Chanel ora sa che è giunto il suo momento, è pronta per entrare nella leggenda.

Da poco superati i 30 anni, volto impassibile, si appresta ad uscire in passerella ad accogliere gli applausi della sua prima collezione.

Il pubblico è sotto choc, ma estasiato. E’ il 5 agosto 1916.

Tempo un anno e la stravagante e minuscola ragazza dagli occhi nerissimi sarà l’artefice della prima grande rivoluzione dello stile, passando alla storia come il “terremoto Chanel”.

Casacchine a tubo, cardigan dalla linea maschile, camicie con collo e polsini da uomo, gonne longuette a pieghe, pullover senza maniche e sopra ogni cosa, la sahariana.

Tacchi bassi, trucco pesante, una pioggia di collane, rigorosamente finte. Nasce la nuova intensa e stordente essenza N°5.

“Una donna non è mai elegante senza cappello. Io lo porto anche quando dormo”

E dal cappello inizia la sua nuova avventura. Piccole cloche leggere, baschi alla Raffaello.

Dal suo atelier Coco sembra dire:

la moda sono io”

Via le curve, mangiate di meno, via le stecche di balena, via le gonne lunghe e larghe, via gli chignon e i capelli lunghi”.

Si dice che il suo taglio alla garçonne se lo sia fatto una sera prima di andare all’Opera, in un moto di isteria, per rimediare alla bruciatura della chioma.

Ovviamente da scandalo, ma tutto è lecito.

Deve costruire il suo personaggio.

Ho inventato la mia vita perché non mi piaceva”

Coco detesta la menzogna, ma mente sempre. Agisce per sorprendere e per non annoiarsi, mitizza ogni sua piccola azione.

Trae ispirazione dalla sua personalità, basa il suo stile sul suo corpo, sulla sua diversità, sulla sua androginia. E’ audace, intensa, osserva tutto.

L’osservazione è la sua cultura.

Non ha gli strumenti per adeguarsi al mondo borghese, così lo attira a sé, al massimo della provocazione. Non vuole rispettare quel mondo ma adattarlo alla sua personalità e le piace il rischio.

“Le persone della società mi divertono più degli altri. Hanno arguzia, tatto, un’affascinante slealtà, una nonchalance ben educata e un’arroganza molto specifica”

Esercita il suo fascino su uomini e donne e ne diventa l’amante. Seduce Salvador Dalì solo per fare dispetto a Gala. A Picasso, ad una cena davanti a tutti, consiglia di smetterla di disegnare nasi storti e volti strabici.

Non capisco Pablo, perché tu abbia smesso di fare quei bei disegnini che facevi quando eri un morto di fame e le gambe per te erano gambe e gli occhi erano occhi”

Alloggiano tutti da lei: Cocteau, Diaghilev e Stravinsky che malgrado la moglie e 4 figli si innamora pazzamente di Gabrielle.

Ha innumerevoli liaisons sia con uomini che con donne.

Con il tenente Jacques Balsan, con il duca di Westminster, uno degli uomini più ricchi del mondo che però rifiuta di sposare.

Mio caro duca, di Signore di Westminster ce ne sono state tante. Di Coco Chanel ce n’è una sola. Perciò vi amo, ma non vi sposerò”

Con Boy Capel, miliardario inglese, vero amore della sua vita che le apre il primo atelier.

Vive un amore per Misia Sert, per Dimitri Romanov e per Erwin Rommel (quando non era ancora feldmaresciallo) ed ha una relazione con una spia del controspionaggio tedesco.

Accusata di collaborazionismo si salva grazie al suo amico Winston Churchill. Si ritira a Losanna fino al 1954.

Chanel risorge dalle sue ceneri.

Ha 71, anni Chanel torna in auge, riapre l’atelier di Rue Cambon che aveva liquidato nel ’38.

Fragile e sola, trova il coraggio e l’energia di reinventarsi solo per il gusto di contrastare Dior. Dichiara guerra ai look a trapezio e alle linee geometriche e trova una seconda giovinezza.

Ruba a Dior Marlene Dietrich, Jackie Kennedy e Katherine Hepburn, innamorate pazze dei suoi tailleaur.

E’ un trionfo!

Straordinaria artista, genio, “divina tiranna”, appassionata, collerica, seducente, icona indiscussa di questo secolo, semplicemente Mademoiselle Coco Chanel.

Cris…VeryCris

[Voti: 4   Media: 4.5/5]

La “Via della Seta”…tra storia e leggenda

La storia di quel filo di seta che dall’oriente arriva ai porti del Mediterraneo a congiungere genti e culture è ricca di miti e favole.

Le leggende, si sa, riempiono i buchi della storia.

Uno di questi miti di 2600 anni prima di Cristo, ha come protagonista, l’adolescente, imperatrice cinese Xi Lin Shi, moglie di Huang Di (l’Imperatore Giallo), famoso artefice della civilizzazione cinese.

Xi Lin Shi, seduta nel suo giardino di gelsi a bere tè, vide cadere un bozzolo nella sua acqua calda e mentre lo osservava, si rese conto che quella matassina dissolvendosi, dava luogo ad un filo lunghissimo e traslucido.

ph: JINGNA ZHANG

Chiedendosi se quel filo potesse essere usato per realizzare tessuti, Xi Ling Shi lo dipanò e lo studiò. Ciò che ne risultò fu la sericoltura, la scienza alla base della produzione della seta. Si dice che la giovane imperatrice e scienziata in erba, allevò bachi da seta, scoprendo che nutrendoli con foglie di gelso si produceva la migliore seta. Inventò inoltre il telaio per poi tesserne i filamenti.

Aveva così scoperto il segreto meraviglioso della seta.

Non male per un ozioso pomeriggio bucolico e un inatteso incontro con un insetto!

Il segreto fu custodito e difeso gelosamente per duemila anni dagli imperatori cinesi che ne fecero un floridissimo commercio monopolistico.

ph: JINGNA ZHANG
Seguendo le carovane

Intanto però l’espansione dell’Impero Cinese verso l’ occidente e quella dell’Impero Romano verso oriente, aveva creato una crescita sempre maggiore dei commerci. Avventurosi mercanti per mezzo di carovane, attraversavano deserti infuocati, montagne altissime e rocciose, pianure sconfinate, steppe impenetrabili, mettendo in contatto due civiltà millenarie.

Fu così che attraverso i percorsi che dal Fiume Giallo al bacino del Tarim, passando per i corridoi di Hexi, il Palmir e l’altopiano iranico, lungo gli itinerari orientali dell’Impero Romano, la seta fece la sua comparsa nel mondo occidentale.

Lungo quel percorso che prese poi il nome affascinante di “Via della Seta” s’incontrarono genti fino ad allora sconosciute. Arrivò non solo la seta, ma anche merci, costumi, culture e religioni che segnarono per sempre la storia.

Siamo a questo punto nei secoli intorno alla nascita di Cristo, in Cina domina la dinastia Han, i rapporti e gli scambi con il mondo occidentale si fanno sempre più intensi e le sete sia filate che tessute giungono a Roma.

Sebbene i prodotti di seta potessero oltrepassare i confini della Cina, era vietatissimo che i segreti della sericoltura oltrepassassero l’Impero. Chiunque fosse stato catturato per il contrabbando delle falene della seta o delle sue uova, veniva messo immediatamente a morte.

A Roma il tessuto riscosse subito un grandissimo successo. Fu molto desiderato, ma anche discusso, infatti vennero emanate leggi che ne vietavano l’uso come vestiario. Ancora i romani non avevano compreso bene come venisse prodotta.

Un’altra leggenda, racconta che intorno al 400 d.C. una principessa cinese promessa in sposa a un uomo indiano, per paura di non poter avere la seta nella sua nuova patria, decise di contrabbandare un bozzolo tra i suoi capelli mentre si recava in India.

Ph: JINGNA ZHANG

Sfortunatamente per gli amanti della seta europei, le popolazioni tribali mantennero il segreto e l’Occidente dovette aspettare a lungo.

Un’altra storia poi narra che intorno al 550 d.C. sotto Giustiniano, alcuni monaci nestoriani (o secondo un’altra versione, dei briganti travestiti da monaci) introdussero nel mondo occidentale alcuni bozzoli di baco da seta nel cavo di una canna di bambù.

E così il segreto fu svelato.

Dal 552 Costantinopoli produsse in modo autonomo il tessuto e da quel momento, gradualmente la sericoltura si diffuse in tutta Europa.

Oggi, lungo tutto il percorso antico della “ Via della Seta”, si possono trovare ancora tracce dei popoli, delle idee e delle merci che l’hanno attraversata e modellata. Sono la testimonianza del fatto che la “Via della Seta” ha anche rappresentato un dialogo tra le civiltà sedentarie della Cina e dei paesi del Vicino Oriente e del Mediterraneo, mediato dalle popolazioni nomadi dell’Asia Centrale.

Gli storici sono concordi sul fatto che la “Via della Seta” ebbe un così grande impatto sullo sviluppo della civiltà mondiale che è difficile immaginare il mondo moderno senza di essa.

L’idea moderna della Via della Seta, invece, è stata lanciata dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Nel 2013 il rallentamento dei ritmi di crescita della Cina, ha cominciato a mettere sotto pressione la leadership di Pechino affinché aprisse nuovi mercati ai suoi prodotti e alla sua capacità industriale in eccesso.

La Via della Seta moderna, pertanto, consiste in sottoscrizioni di memorandum d’intesa commerciale. Ad oggi, oltre 60 Paesi e 29 organizzazioni internazionali hanno aderito, fra questi anche l’Italia.

Beh diciamo che oggi è tutto molto meno poetico!

Cris…VeryCris

Le bellissime foto sono di JINGNA ZHANG

Se l’articolo vi è piaciuto, mettete le stelline ! Grazie

[Voti: 4   Media: 5/5]

Safari and the City

Tutti d’accordo nel rispolverare in chiave contemporanea lo stile safari?

Sì, ma senza sviare l’attenzione dalla donna moderna che vive e si muove in uno scenario prettamente metropolitano.

Con l’avvio della bella stagione, sale il desiderio di vestire con uno stile casual ma al contempo ricercato, raffinato e sobrio, avventuroso ed estremamente chic.

Cosa c’è di meglio di uno stile dallo spirito romantico e dall’anima avventurosa e libera?

Il mood safari-coloniale ci riporta immediatamente alle atmosfere calde di film come “la mia Africa” o “ il tè nel deserto” facendoci vivere atmosfere di terre lontane.

Il colore cachi, kaki, o haki o khaki in inglese, deriva dal nome persiano khak che significa “terra”, da cui deriva khaki che significa “di color terra”, fulcro e cuore di questo stile.

Infatti possiamo richiamare il coloniale anche solo attraverso i colori delle sfumature del deserto, l’ocra, il ruggine, le tinte speziate del pepe, dello zenzero, del pistacchio e lo zafferano. Tutte le tonalità che ricordano il colore del tramonto nella savana andranno bene, ma non dimentichiamoci delle nuances più chiare, come il bianco e il crema e il nero dello zebrato.

La suggestione del colore è tanto forte che spesso bastano anche solo pochi accessori giusti, qualche tasca a soffietto per richiamare lo stile safari-coloniale.

Tessuti di cotone, lino e seta dalle tinte naturali, garze, tessuti morbidi e leggeri, mocassini dall’aria coloniale, cinture di cuoio, tracolle in canvas, stampe animalier, pizzi, occhiali da sole maculati o da aviatore, secchielli o marsupi pitonati, cappello panama, stivali in cuoio, giacche con tasche applicate, abiti bianchi di lino o cotone, maxi borse di paglia intrecciata e cappelli…

Anche in mancanza della sahariana, capo principe di questo stile, potrai improvvisare il tuo look safari mixando anche solo pochi accessori particolari con dei pezzi basici.

Qui troverai alcune mie idee di mix and mach da prendere come ispirazione

giacca in pelle e gonna scamosciata
abito bianco in cotone
camicia e gonna in lino bianco
pant ecru e camicia bianca in lino
gonna e stivali
camicia color terra
tuta
verde
scamiciata
sahariana
camicia bianca e pant lino
completo crema con gonna e bianco con pantalone

Adoro questo mood che miscela perfettamente lo stile femminile e fluente ed elementi maschili e il tutto con rilassatezza e una nonchalance assolutamente chic.

Anche se questa estate rischiamo di affrontare solo la giungla urbana, lo stile safari è un ottimo look, non credi?

Grazie per avermi letto, se l’articolo ti è piaciuto, dimmelo con le stelline!

Cris…VeryCris

[Voti: 7   Media: 4.9/5]

La Milano non solo da…bere

Un articolo che non parla di moda ma di arte nella città della moda! Milano non è solo business, moda e nebbia, ma ha un cuore artistico.

Oggi casualmente mi sono imbattuta nella foto di un bellissimo palazzo residenziale in stile liberty. Ne sono rimasta tanto estasiata da fare subito un po’ di ricerca per poterla condividere con voi.

Il quartiere Liberty di Porta Venezia a Milano, escluso dagli itinerari turistici più tradizionali è spesso sconosciuto ai milanesi stessi.

Casa Galimberti è il più fulgido esempio del liberty, con parte della facciata decorata da splendide raffigurazioni femminili nel primo piano e con splenditi motivi floreali nei piani più alti.

La superficie dell’edificio è quasi interamente ricoperta da maioliche dipinte che disegnano figure maschili e femminili in un intreccio di fiori, foglie e rami.

Quando i raggi del sole colpiscono la facciata, tutto splende, le maioliche che compongono le decorazioni si illuminano come fossero d’oro. Un’esplosione di luce, una gioia da guardare.

Le figure umane dai colori brillanti tipici dell’art nouveau, sono intente a raccogliere fiori o assaporare l’atmosfera di un ipotetico giardino di rampicanti e viti.

Finestre e splendidi balconcini con fregi floreali in cemento e balconi in ferro battuto, esplodono in una primavera perenne, un magnifico incontro tra l’uomo e la natura.

Un esempio di architettura elegante e colorata.

La modernità, il dinamismo, l’atmosfera internazionale di Milano è addolcito da questo palazzo che sorprende per la fantasia, per l’uso dei materiali, dalla maiolica al ferro battuto e al cemento reso quasi soffice dalle lavorazioni. E direi anche per l’uso dei riflessi e della luce che cancella in un istante il grigiore cittadino.

Per la realizzazione di questo incredibile palazzo, i fratelli Galimberti, diedero l’incarico all’architetto Giovanni Battista Bossi, il quale lo realizzò a cavallo degli anni 1903 e 1905.

Gli artisti per le piastrelle sono stati Pia Pinzauti (sfondi) e Ferdinando Brambilla (figure). La decorazione in ferro battuto era del Mazzucotelli.

Per chi volesse girare per Milano e andare a vederlo è in via Malpighi 3 , mi raccomando staccate gli occhi dallo smartphone e guardate per aria!

Cris…VeryCris

[Voti: 7   Media: 5/5]

La mia Africa…design e suggestioni

Chi non ha nel cuore le immagini e le atmosfere africane di “ La mia Africa” ?

“Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di Caffè. Ma l’Africa conosce il mio Canto? L’aria sulla pianura fremerà un colore che io ho avuto su di me? E i bambini inventeranno un gioco nel quale ci sia il mio nome? O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli? E le aquile sulle colline Ngong guarderanno se ci sono? “ (Karen Brixen)

La mia Africa è un film del 1985 diretto da Sydney Pollack, ispirato, anche se con alcune discrepanze, all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen.

La mai così splendida Meryl Streep interpreta la Blixen e Robert Redford impersona Denys Finch-Hatton, un cacciatore con cui la Blixen vive una romantica storia d’amore.

Oltre alla straordinaria poesia e bellezza del racconto e la meravigliosa ambientazione, questo film ha forse pochi uguali, in quanto a fascino dei costumi che per quanto mi riguarda, sono diventati loro stessi attori e protagonisti della storia. Il costume design è un processo creativo che a volte passa inosservato vedendo un film, amalgamandosi in modo naturale con la narrazione, la fotografia e le atmosfere, ma ne è un aspetto fondamentale, come la colonna sonora.

Oggi vi voglio regalare uno sguardo approfondito, un viaggio nei costumi e negli abiti del film…un idillio tra cinema e moda.

Milena Canonero
La designer

Partiamo parlando della italianissima Milena Canonero, costumista della pellicola in questione e di altri meravigliosi film come The Grand Budapest Hotel , A Clockwork Orange, The Shining , Marie Antoinette, Arancia meccanica. Super premiata e orgoglio per la nostra fama di creativi, la Canonero ha svolto un’approfondita opera di ricerca e studio per ricreare le atmosfere dell’era coloniale africana dal 1914 al 1924. Partendo da fotografie della vita reale di Karen Blixen in Danimarca, visitando le ambasciate e i musei di Nairobi e Londra, studiando gli abiti delle tribù native del Kenya con l’aiuto dell’antropologo Richard Leakley e indagando sugli abiti dei coloni europei dell’inizio del XX secolo. I costumi occidentali sono stati realizzati a Londra, mentre i costumi tribali in un laboratorio appositamente creato dalla Canonero a Nairobi.

Colori

Il colore come elemento narrativo ed emotivo per accompagnare la protagonista. Sfumature rarefatte di beige, terra, blu, verde o nero, per fondere poeticamente e delicatamente la protagonista nel paesaggio africano. All’arrivo in Africa, Karen, è vestita del caldo colore avorio.  I toni chiari si alternano ad altri kaki e sabbia per gran parte del film, fino a quando non parte per la Danimarca. I toni scuri nel periodo felice in Africa vengono usati solo negli abiti da sera per dare un tocco di eleganza. Tornata dalla Danimarca quando scende dal treno, la si vede indossare un vestito blu scuro. È allora che predominano i toni scuri, per evocare il periodo delle guerre che si stava vivendo in Europa. I colori vivaci sono stati invece riservati al guardaroba delle tribù.

Messaggi

Karen indossa sempre pantaloni e completi per andare a caccia, gonne lunghe e camicie per delineare il carattere liberale e forte della protagonista. Elementi come le cravatte quando è nella piantagione le conferiscono austerità e carattere autoritario. I tessuti di lino e cotone predominano, essendo i più adatti al luogo in cui si trova, ma non mancano anche indumenti vaporosi di seta, per capi delicati come camicie da notte e vestaglie, per non tralasciare il carattere romantico, sensuale e femminile della protagonista.

Sposa

L’abito da sposa in seta bianca della baronessa Blixen ha un design non perfettamente inserito nei canoni stilistici dell’epoca per confermare la sua personalità travolgente di donna moderna, intellettualmente caratterialmente in anticipo sui tempi. Milena Canonero è riuscita attraverso i suoi abiti, a rappresentare una donna indipendente, una combattente, una sognatrice romantica ma concreta con una visione che andava oltre i suoi tempi, come una donna del 21°secolo.

Dettagli e accessori

L’amore che la protagonista prova per la gente si esprime attraverso dettagli, come il modo in cui vengono indossate le toghe, simile a come fanno le tribù locali o le sciarpe colorate e le collane. Cappelli, stivali e spille sono gli articoli più comunemente usati per completare gli outfit da safari e la leggenda dice che molti accessorie fossero oggetti personali di Karen Brixen prestati per l’occasione.

Cappelli

La trasformazione dei cappelli di Karen è voluta per mettere in risalto l’evoluzione personale del personaggio e del suo cambiamento interiore. Lo stile borghese all’inizio, per riflettere l’eleganza e la distinzione della protagonista, per finire con cappelli safari o in paglia, per evidenziare l’adattamento al nuovo paese. Non più copricapo per moda, ma per uso pratico di protezione dal sole.

“ La mia Africa” mostra design affascinanti che hanno reso di moda lo stile safari anche oltre 30 anni dopo la sua premiere.

Quindi state pronte, il prossimo articolo sarà su come sfoggiare lo stile safari in città…stay tuned

Cris…VeryCris

Se l’articolo vi è piaciuto ditemelo con le stelline…Grazie!

[Voti: 9   Media: 4.6/5]

Illustrazione & moda…giovani talenti

Le illustrazioni creano suggestioni rappresentando la moda, gli stili, le tendenze, descrivono stoffe e tagli…ci vuole talento!

Disegnare, dipingere, cancellare, colorare sono azioni molto umane anche se con l’ausilio di dispositivi digitali.

Il disegno, come la narrazione è un linguaggio universale una forma di espressione che fa parte della natura umana fin dagli arbori.

In questo periodo di isolamento forzato, tutto ciò che riporta direttamente all’umano, come il lavoro manuale e l’arte, offre una percezione di affinità e vicinanza.

Illustrare significa illuminare, rendere chiaro, splendente come una porta spalancata sull’immaginario in diretto contatto con il “sentire”.

L’illustrazione è una narrazione intuitiva, coinvolgente, trasversale arriva anche ad un pubblico non specializzato.

Ma come si può comunicare un abito con la sola illustrazione?

L’illustratore è chiamato a concettualizzare e sintetizzare l’immaginario per professione. Non solo esprime un concetto, un abito, ma anche l’anima di chi l’ha concepito e realizzato.

Con l’evoluzione della comunicazione legata anche alle tecnologie nonché ai canali social, il linguaggio grafico e rappresentativo ha assunto una rinnovata centralità.

Ancora e oggi più che mai conquista brand e maison per campagne pubblicitarie e copertine dei fashion magazine nazionali e internazionali come Vogue, Harper’s Bazaar, D repubblica, IO donna, Elle, Marie Caire…

Il numero di gennaio di Vogue Italia è stato il primo nella storia della rivista a presentare illustrazioni al posto di fotografie per dimostrare che è possibile rappresentare gli abiti senza fotografarli (in realtà dando anche una motivazione eco-sostenibile di cui vorrei parlare magari in un prossimo articolo).

Ed è stato un successo strepitoso, un tripudio di colori e immagini. L’esplosione di nuovi concetti illustrativi, di nuovi e giovani talenti artistici ed io ne sono stata completamente catturata.

L’illustrazione ha da sempre accompagnato la mia vita e lo fa tuttora.

Chi lavora con le immagini raccoglie ovunque un’infinità di stimoli e contaminazioni. Questo mix di influenze e “mani” creano modi di illustrare innovativi, personali, stili e soluzioni ancora in crescita o trasformazione, tratti infantili o futuristici.

Immagini filtrate attraverso una visione individuale e molto personale tipiche dell’arte.

Personalmente amo le illustrazioni d’impatto, quelle dall’aria incompleta, imperfetta, le caratterizzazioni del tratto e del disegno e ovviamente i colori e le tecniche pittoriche siano esse manuali o digitali.

Insomma adoro la follia la personalità e lo spazio libero lasciato anche a chi osserva.

Non esistono scenografie, luoghi esotici o ritocchi fotografici che possano competere con una visione artistica individuale e personale.

Stimolata dalle copertine di Vogue e poiché Instagram è il mezzo preferito dalla maggior parte dei giovani artisti per mettere in mostra la propria creatività, mi sono fatta un bel giretto tra #hastag e quant’altro per fare una personale ricerca di illustratori emergenti.

Mi è piaciuto moltissimo quello che ho visto e per questo lo voglio condividere con voi.

Giulia Sollai
Giulia Sollai
Giulia Sollai
Carlo Duina
Carlo Duina
Carlo Duina
Irene Ghillani
Irene Ghillani
Irene Ghillani
Karolina Pawelczyk
Karolina-Pawelczyk
Karolina-Pawelczyk
Yuliya-Yg
Yuliya-Yg
Didier Falzone
Didier Falzone
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Rosalba Cafforio
Rosalba Cafforio
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Evgeniya Manko
Evgeniya Manko
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Aire
Aire
Aire
Emanuela Carnevale
Emanuela Carnevale
Emanuela Carnevale
Marialaura Fedi
Marialaura Fedi
Marialaura Fedi
Cecilia Castelli
Cecilia Castelli
Cecilia Castelli
Jessica Durrant
Jessica Durrant
Benedikte Klüver
Benedikte Klüver
Benedikte Klüver

Spero che la mia selezione vi sia piaciuta.

Se vi siete divertite e volete continuare ad approfondire l’argomento, cliccate il link di un mio altro articolo del 2014 Fascinazioni illustrate,

ma ricordatevi di mettere le stelline!

A presto !

Cris…VeryCris

[Voti: 5   Media: 5/5]

Moda sostenibile…un’occasione importante!

La moda sostenibile riguarda il nostro stile e soprattutto la nostra sopravvivenza.

Di che cosa stiamo parlando?

Si intende l’obiettivo del comparto moda di creare una maggiore armonia tra i prodotti, l’ambiente e le persone.

Riferito all’ambiente sentirete l’espressione eco-fashion” e quando sono coinvolte le persone si sente parlare di moda-etica”.

Sì perché la moda sostenibile coinvolge il rispetto dell’ambiente e della società in tutte le sue fasi: dalla creazione, alla produzione passando per la distribuzione e la vendita e infine anche all’acquisto.

Tutte le fasi agiscono come pezzi di un puzzle per la realizzazione di una moda caratterizzata dall’attenzione alle persone, al loro benessere e allo sviluppo di un ecosistema favorevole alla salvaguardia del Pianeta.

Ma facciamo degli esempi concreti.

Il Fast fashion è una spina nel fianco. Una moda veloce e di bassa qualità, che sforna una collezione ogni 1/2 settimane non è assolutamente ecosostenibile.

La bassa qualità dei capi riduce il loro ciclo vitale e inquina.

Produciamo molto di più rispetto a quello che effettivamente viene comprato.

Le aziende di abbigliamento non sanno come smaltire lo stock invenduto. Molto spesso questo si trasforma in una mole di rifiuti per non creare una svalutazione della merce.

Le produzioni di questo tipo sono generalmente locate in paesi dove il costo del lavoro è basso e quindi dove gli operai sono in condizioni di miseria e sfruttamento. Non solo, ma anche in paesi dove i controlli degli inquinanti sono praticamente nulli. Oppure dove c’è un utilizzo massiccio di diserbanti nelle agricolture di cotone o dove l’emissione di CO2 nell’ambiente attraverso le industrie sono elevate, …

Consumiamo molto di più rispetto ai nostri reali bisogni.

Siamo spinti a comprare dal sistema fast fashion che pervade le nostre vite. Ci sollecita ad acquistare più del necessario e quindi a basso prezzo ma ad alto costo. Nei cartellini di questo tipo di prodotto si cela un secondo costo che stiamo tutti pagando in termini macroeconomici, umani e di salute.

La moda che dobbiamo sostenere è quella emozionale che dà valore a quello che indossiamo.

La moda di alta qualità è storicamente sostenibile ed è il dna del Made in Italy. Produrre capi realizzati rispettando il lavoro e la tradizione, attraverso materiali sostenibili e cercando di restituire qualcosa alla società, dovrebbe essere il nostro obiettivo.

Da qui nasce una tendenza che si manifesta con un ritorno alla misura artigianale, alla lavorazione manuale, alla suggestione del capo unico e durevole e alla moda circolare che allunga la vita dei prodotti e rigenera le materie prime.

In linea con il mio carattere, invece di approfondire i lati negativi del sistema moda attuale, voglio elencare tutti i lati positivi e i vantaggi del consumo consapevole.

  • Primo fra tutti senza dubbio il minore impatto ambientale che tutela la salute di tutti.
  • Il secondo vantaggio è il miglioramento delle condizioni dei lavoratori coinvolti nel ciclo di vita di un prodotto di moda. In particolare la produzione che molto spesso avviene in paesi in cui non vengono garantiti salari minimi o condizioni di lavoro accettabili, con ricorso a sfruttamento e abusi di vario tipo.
  • In terzo luogo, lo sviluppo della moda sostenibile può contribuire alla nascita di nuove tecnologie generando crescita economica
  • Il concetto di moda sostenibile spinge inoltre ad una re-valorizzazione delle tradizioni produttive dei vari paesi, portando consapevolezza sulle arti e le risorse interne di cui noi nello specifico siamo ricchi.
  • Infine la moda ecosostenibile sostiene l’attività lavorativa femminile, proprio perché le nostre maestranze sono perlopiù femminili.

Dobbiamo essere tutti coinvolti nello “switch” sostenibile, tutti possiamo contribuire alla costruzione di un nuovo sistema moda.

E’ arrivato anche il momento di educare i nostri figli alla consapevolezza rispetto a ciò che indossano. Greta Thumberg ha sollevato anche nei giovani la sensibilità ambientale e anche le scuole già da tempo si sono attivate.

La realizzazione è frutto di un laboratorio di rap inserito nel più ampio progetto “VIAGGIO DI UNA T-SHIRT NELL’ECONOMIA GLOBALE”, proposto ad alcune classi della Scuola Primaria e Secondaria dal “Laboratorio del Cittadino”
Acquistando un capo prodotto da un brand che propone una moda sostenibile, fai del bene all’ambiente e all’umanità.

Nei prossimi 20 anni essere ‘sostenibile’ sarà una caratteristica necessaria che ogni prodotto dovrà incorporare per accedere al mercato.

Già da adesso ci sono moltissimi brand che basano le loro collezioni sul rispetto dell’ambiente e delle persone.

Ricordiamoci che alla fine della filiera ci siamo noi che acquistiamo e quindi siamo noi che abbiamo l’arma più potente per spingere il mercato al cambiamento.

In conclusione, se è vero che lo shopping compulsivo, senza badare alle etichette, può farci sentire appagati anche se in modo illusorio, lo shopping sostenibile può fare di meglio: può salvarci tutti.

Vivere la moda in modo consapevole e sostenibile è possibile, basta lasciarsi guidare dalla volontà di rispettare il nostro pianeta, la nostra civiltà e anche la nostra economia, facendo attenzione a cosa si acquista.

Si può essere eleganti senza rinunciare ad essere sostenibili.

Grazie per l’attenzione !

Cris…VeryCris

Note per un approfondimento:

Il documentario “The True Cost” è un film che consiglio a tutti per meglio comprendere le implicazioni che le nostre scelte in fatto di abbigliamento e accessori hanno sul pianeta e le persone, nonché sul nostro futuro.

Se poi volete approfondire l’argomento vi consiglio alcune letture piacevoli e al contempo esplicative.

“La rivoluzione comincia dal tuo armadio” ( Luisa Ciuni – Marina Spadafora)

“I viaggi di una T-shirt nell’economia globale” ( Rivoli Pietra)

Le illustrazioni di copertina sono di @Bijou Karman

[Voti: 4   Media: 5/5]

Keith Haring – il genio del metrò

A trentun anni dalla sua scomparsa non posso non ricordare Keith Haring.

Ma chi era o meglio chi è?

Haring è indiscutibilmente uno degli esponenti più singolari del graffitismo di frontiera, uno dei più rilevanti autori della seconda metà del Novecento.

Genio, creatore di una nuova dimensione artistica fatta di colori, bidimensionalità e di grande impatto comunicativo, espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata.

Con la sua arte ha dato voce a temi sociali profondi, impegnativi e di forte impatto: la la droga, la discriminazione verso le minoranze, la minaccia nucleare, l’alienazione giovanile, l’arroganza del potere, l’Aids (di cui è morto).

«Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità» Keith Haring

La sua arte quasi infantile, è dirompente, dissacrante e divertente al tempo stesso.

Warhol—Keith-Haring

«L’arte deve essere per tutti e dappertutto».

(Keith Haring)

Cris…VeryCris

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[Voti: 5   Media: 4.8/5]

Oh, l’amore!

Parlare d’amore rende immediatamente più positivi e pieni di energia e quindi eccomi pronta a sondare insieme a voi i risvolti misteriosi di questa cosa astratta che muove il mondo.

Ma che cos’è l’amore?

E’ stato studiato, filosofato, pensato e vissuto da romantici, filosofi, poeti, musicisti, pittori ecc. fin dagli albori della razza umana.

Filosofi e scienziati hanno cercato di rispondere a questa domanda da sempre.

Secondo gli antichi greci esistevano tre forme di amore: Eros – Philia e Agape a cui oggi potremmo dare il nome di Passione- Amicizia e Benevolenza.

Nell’era contemporanea lo psicologo americano Robert Sternberg sostenne che l’amore può essere compreso attraverso tre componenti che manifestano ognuno un aspetto diverso. E a me già questa cosa piace, perché sono certa che esistano molti tipi di amore, ma forse anche più di tre, ma partiamo da questi.

L’intimità che si riferisce ai sentimenti di contatto, vicinanza, affinità, connessione, legame, calore,condivisione e tenerezza.

La passione che include l’attrazione sia mentale che fisica, il contatto, l’eccitazione e le pulsioni che conducono al desiderio.

L’impegno che si riferisce, nel breve termine, alla scelta della persona per cui si prova un sentimento d’amore, e nel lungo termine, al proprio impegno a mantenere vivo quell’amore.

Secondo Sternberg, questi 3 punti costituiscono, sia interagendo tra loro che in autonomia, quel meraviglioso sentimento che ha ispirato migliaia di canzoni, romanzi e poesie, film, quadri e tutte le forme dell’arte.

il bacio Klimt – “V-J Day in Times Square” di Eisenstaedt

Io invece vedo l’amore un po’ come un caleidoscopio del “sentire” se stessi e l’altro.

Il caleidoscopio si serve di specchi e frammenti di vetro o plastica colorati che pur differenti per forma e colore creano una molteplicità di strutture simmetriche e armoniose. Si specchiano, si riflettono, si compensano, contrastano, si amalgamano in un continuo movimento, creando continuamente immagini nuove pur rimanendo sempre sé stessi.

Ecco per me l’amore può essere anche immaginato così, come la meraviglia che si crea da un caleidoscopio.

Diego Ruvidotti musica originale

Non ci sono dubbi sul fatto poi che l’innamoramento sia una forma transitoria di follia e che si possa rimanere innamorati tutta la vita, sempre in maniera diversa.

Si può essere innamorati di sé stessi come dicevano Orcar Wilde:

“amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta la vita“

e Frida Kahlo:

“Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi”.

Si può essere innamorati della vita, dell’amore, di un uomo, di una donna, di un luogo, della musica, dell’arte

L’importante è

mantenere quel pizzico di follia sempre viva !

Vancouver-riot-kiss-di-Richard-Lam
L’amore Frida Kahlo

L’amore? Non so.
Se include tutto,
anche le contraddizioni
e i superamenti di sé stessi,
le aberrazioni e
l’indicibile,
allora sì, vada per l’amore.
Altrimenti, no.

Mantenere intatti in noi quei piccoli diamanti che si chiamano romanticismo e spontaneità infantile.

Roberto Benigni (La tigre e la neve)

E se muore lei tutta questa messa in scena del mondo che gira la posso pure smontare. Possono schiodare, arrotolare tutto il cielo, caricarlo su un camion col rimorchio…Possono spegnere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto, tanto. Sai perché mi piace tanto? Perché mi piace lei illuminata dalla luce del sole. Possono portare via tutto: questi tappeti, questi palazzi, la sabbia, il vento, le rane, i cocomeri maturi, la grandine, le sette del pomeriggio, maggio, giugno, luglio, il basilico, le api, il mare, le zucchine…le zucchine

Quindi innamoratevi, baciate, amate chi volete, dove volete, quando volete…

e che sia San Valentino tutti i giorni della vostra vita!

Cris…VeryCris

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[Voti: 7   Media: 4.9/5]

Pantaloni stile smart…working

Adoro i pantaloni comfy, li trovo dotati di quella femminilità non provocatoria che amo, un po’ lounge un po’ utility ma senza rinunciare allo stile.

Dopo mesi passati a lavorare tra le mura di casa è ormai ufficiale: la “nuova normalità” richiede degli outfit confortevoli.

Pantaloni stile casual/elegante ampi, oversize, morbidi dai tessuti scivolati che liberano le gambe dalle costrizioni dei modelli slim fit e skinny.

Saranno il passepartout della quotidianità della primavera estate sia per il lavoro che per il tempo libero.

Mixati nel modo giusto, anche i pantaloni sportivi diventano un grande alleato in fatto di look, comodi ma anche femminili. In tessuti naturali e fluidi d’ispirazione anni ’90 che strizzano l’occhio alla contemporaneità.

Con pinces, cargo, pajamas, baggy, dalle linee morbide, a palazzo o balloon, con vita alta. Facciamoci un’idea, guardando le proposte delle collezioni estate 2021.

Ho selezionato per voi anche designer e brand emergenti, diciamo non solo i soliti noti.

Pantaloni baggy

Entrati a far parte del guardaroba femminile grazie al cinema e per la precisione grazie a Katherine Hepburn che ne ha fatto la sua divisa. Dal taglio maschile e sartoriale, vengono addolciti dalla scelta del tessuto che deve essere morbido e scivolato. quando il pantalone tende alla morbidezza, il top deve invece mantenersi più attillato, per avere un’allure sempre femminile. Ideali da portare con t-shirt o camicie aderenti, con le sneakers o scarpe basse e perché no anche con sandali flat.

Pantaloni con pinces

Morbidi a gamba larga, la resa finale dipende molto dal tessuto. Ideali in lino, in cotone leggero ma bellissimi anche in tessuti cangianti e morbidi che drappeggiano sulla silhouette appoggiandosi ai fianchi. Rigorosamente a vita alta.

Pantaloni morbidi dai tessuti eleganti
Jeans largo

Pantaloni con coulisse

Comodi da indossare. I pantaloni con coulisse sono l’essenza dello stile comodo. Grazie a quel dettaglio che scorre e stringe per adattarsi al corpo. L’importante è cercare modelli dai tessuti e colori originali e leggeri sia in tinta unita che in fantasia.

Pantaloni a zampa d’elefante

Dai tessuti morbidi, scivolosi, ideali di jersey per cadere dolcemente lungo le gambe e creare silhouette slanciate.

Pantaloni cargo
Pantaloni larghi e fluidi, proposti nelle fantasie esotiche
Pantaloni tipo tuta
Pantaloni baggy
Pantaloni alla caviglia
Completo monocromatico

Comodi e versatili al punto giusto, questi modelli declinati in materiali femminili e preziosi saranno il top della nuova stagione.

Non avete che l’imbarazzo della scelta…

Cris…VeryCris

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[Voti: 5   Media: 5/5]

Un trench è per sempre

Vista la stagione oggi vi parlo del trench, il capo più cinematografico che esista.

Il trench coat, letteralmente “cappotto da trincea”, nasce come capospalla militare maschile nel 1856.

Molti brand ne reclamano la paternità come Mackintosh, Burberry e Aquascutum e senza entrare nel merito e nella polemica, direi senza dubbio che il più famoso e iconico è il Burberry.

Dici Burberry e pensi immediatamente al trench, color kaki, a doppio petto con la cintura e la fodera interna tartan, questa è la realtà.

Malgrado la sua origine tutt’altro che glamour, attraverso le storie e le epoche, ha vestito generazioni di uomini fino ad entrare nell’immaginario collettivo come capo iconico dal fascino noir. Pensiamo a Humphrey Bogart, Peter Sellers, il tenente Colombo e il tenente Sheridan. Tutti personaggi la cui immagine è indissolubilmente legata al trench.

Negli anni ’60 è stato Yves Saint Laurent a lanciarlo sulle passerelle parigine in una versione femminile, raffinata e irrinunciabile.

Trench YSL

Portando così un capo, geneticamente britannico, allo status di tendenza dominante dello stile francese e ancora oggi conosciuto come un punto fermo di tutte le parigine alla moda.

Il trench, chic nelle sue linee pulite, semplice e disinvolto, con il suo colore tenue si coordina armoniosamente con la tavolozza dei colori parigini.

Fu amatissimo dalle grandi star del glamour come Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, Principessa Diana, Jacqueline Kennedy, Marlene Dietrich, Jane Birkin, Kate Middleton, Emma Watson…e una lista infinita di altre bellissime donne.

Brigitte Bardot & Kate Moss
Marlene Dietrich
Meryl Streep – Catherine Deneuve – Marilyn Monroe
Sophia Loren & Monica Vitti
A colazione da Tiffany
Jacqueline Kennedy – Jane Birkin – Faye Dunaway
la nostra Franca Sozzani

Il trench è ancora oggi simbolo di stile classico ed eleganza e quindi come simbolo sottostà a delle regole precise.

Quali sono le caratteristiche che definiscono il trench?

Per essere veramente alla moda con il trench bisogna averlo traditional e giocare con gli accessori e gli abbinamenti.

Premetto che mi piacciono molto le innovazioni e le ispirazioni che vengono dalla storia del costume. Ma per quanto riguarda il trench, proprio perché capo iconico, lo preferisco decisamente il più possibile aderente all’originale.

Un trench ‘puro’ si distingue per alcuni dettagli, che in origine avevano anche funzioni ben precise.

Il tessuto principalmente era gabardine di cotone, con tessitura molto compatta che la rendeva idrorepellente e antivento.

Il colore tipico, il kaki , adatto a tutti e perfetto per il giorno.

Il modello originale è “doppio petto”, studiato appositamente per proteggere dal vento.

Le tasche oblique, ideali in guerra per contenere oggetti e per noi comodissime e femminili.

La fodera è in tartan per non farci dimenticare la provenienza britannica e poi diciamocelo dona un tocco di frivolezza.

Revers e colli pronunciati

La cintura che si può allacciare o no, poi vedremo come, deve esserci e anche la fibbia che però noi non useremo. In origine, aveva anelli in ottone per appendervi accessori.

E detto tra noi la cintura è fondamentale per segnare il punto vita e quindi donare femminilità, va quindi stretta bene intorno ai fianchi, con chiusura mai centrale, come le brave bambine, ma sempre verso il fianco sinistro. Quando il trench è aperto, la cintura va legata dietro la schiena con un nodo.

Altri elementi distintivi sono le maniche con taglio raglan che consentiva ampi movimenti delle braccia senza costringere, la mantellina posteriore, le spallette militari che davano la possibilità di apporre le mostrine militari, e lo spacco dietro per agevolare i movimenti.

ll trench perfetto arriva qualche centimetro oltre il ginocchio.

Oltre al modello classico, esistono altre lunghezze: la prima cortissima, praticamente una giacca, la seconda con lunghezza a metà coscia. la terza che arriva alle caviglie.

Vi voglio dare degli spunti per la scelta dei modelli prendendo come riferimento l’archivio di Burberry e che possiamo considerare riferimento anche per gli altri marchi.

CHELSEA dal taglio slim, sfiancato, decisamente più avvolgente e femminile. Spalle strette e vita aderente.

KENSINGTON il classico dei classici, quello iconico.

CHELSEA

SANDRINGHAM dal taglio sartoriale con busto più aderente.

SANDRINGHAM

ISLINGTON classico trench reinterpretato con una silhouette aderente e un taglio leggermente più corto.

WESTMINSTER modello classico con un taglio più morbido e maschile

ISLINGTON & WESTMINSTER

WATERLOO dalle linee più allungate e dalla vestibilità comoda. Pensato per un look a strati e per essere abbinato a capi sartoriali.

WATERLOO

PIMLICO linea dritta, monopetto con dettagli minimalisti e una silhouette lineare.

PIMLICO
Abbinamenti

È molto facile apparire alla moda con un trench. Può essere indossato con qualsiasi vestito, jeans e gonne, e pantaloni morbidi o dritti. Io personalmente giocherei molto con gli accessori, come per esempio sostituire la cinta con un foulard.

Vi lascio alcuni spunti di street style per i vostri outfit.

Aggiungi un trench all’elenco dei capi basici del tuo guardaroba.

Cris…VeryCris

Date un’occhiata alle offerte del mio SHOP ,

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[Voti: 7   Media: 4.3/5]

Made in Italy, oggi vi racconto la storia…

Made in Italy, nulla che abbia veramente valore si costruisce in un giorno.

Il successo della moda italiana è frutto di una lunga storia. E’ partita dal glamour del cinema e dalla sensualità delle grandi dive americane che ne sono rimaste ammaliate.

Un fascino che nel corso dei decenni si è ampliato come un’eco e che continua fino ai giorni nostri.

Il meraviglioso percorso segnato da momenti topici, nel quale la presa di coscienza delle qualità e dell’identità della moda italiana, sui mercati esteri, si è sviluppata è consolidata.

Occasioni, eventi e specialmente personalità creative e visionarie hanno creato l’imput, la partenza, la scintilla del nostro successo. Ma partiamo dall’inizio.

C’erano una volta gli anni ’50...

La moda italiana era messa in ombra, oscurata dal prestigio e dalle innovazioni della moda francese che si divideva tra Cocò Chanel e Christian Dior.

Le nostre bravissime Sorelle Fontana godevano già di una notevolissima popolarità tra le nobildonne romane. Popolarità che però rimaneva confinata tra le mura della città eterna.

Fra le tre sorelle, Giovanna era la “manager”, si occupava dei contratti, degli affari e dei pagamenti. Zoe era la “creativa”, sempre a caccia delle ultime tendenze da riversare nella creazione degli abiti e Micol era “il piccione”, come la chiamavano le sorelle, il cui compito appunto era andare in giro per il mondo per sponsorizzare le collezioni dell’Atelier e seguire le commesse dall’estero.

Nel ’49, grazie a Cinecittà l’eco della bravura delle nostre stiliste, arrivò fino in America e precisamente alle orecchie di Linda Christian che scelse proprio loro per confezionare l’abito da sposa per il suo matrimonio con Tyrone Power. Lo sposo, per non essere da meno scelse il sarto Caraceni per il suo vestito.

Fu un evento mediatico senza precedenti, che fece aumentare a dismisura la popolarità delle Sorelle Fontana e di Caraceni . Trasformò Roma nella “Hollywood sul Tevere”.

Da quell’evento tutti i riflettori di Hollywood e delle sue divine si concentrarono sugli atelier della capitale.

Ava Gardner si faceva vestire solo dalle Sorelle Fontana sia nella vita privata che sul set. E’ una loro creazione il famoso abito “ Pretino”, ripreso poi per Anita Ekberg nella “Dolce Vita” di Fellini.

Anche Margaret Truman, figlia del Presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman, le scelse per il corredo oltre che per il vestito da sposa. Vestirono anche Jakie Kennedy, Soraya, Liz Taylor, Mirna Loy, Barbara Stanwich, Michelle Morgan…

Ed ecco che l’Italia divenne non solo la culla della moda ma anche il “paese del bel vivere”. Roma diventò meta fissa delle stelle del cinema. Spasimavano per la nascente silhouette a vita stretta con décolleté in evidenza, per le ampie e lunghissime gonne, per le scollature su schiena e spalle, tipiche dello stile italiano.

Il costumista Piero Gherardi realizzò per Anita Ekberg il leggendario abito nero con scollo a cuore e spacco vertiginoso che iconizzò la procace attrice e la fontana di Trevi.

Sull’onda di questo sfavillio della moda romana si fece strada l’intuizione del conte Giovanni Battista Giorgini, brillante imprenditore e aristocratico, fiorentino di grande charme, che decise di presentare l’Alta Moda italiana ai compratori esteri in un unico evento.

Un salto di qualità notevole, non più Haute Couture, pochi abiti realizzati per pochi eletti, ma una moda da boutique, sempre di qualità molto alta, ma per un più alto numero di persone. Quindi non più abiti su misura ma abiti in taglie.

Seconde linee che si ispirano alle creazioni più esclusive, su misura, ma semplificate nei tagli e rese più accessibili al pubblico.

Nel ’51 Giorgini radunò, nella splendida cornice di Villa Torrigiani a Firenze, un gruppo di stilisti e couturier che arrivavano da Roma e Milano, e organizzò “the first italian high fashion show” .

Gli inviti furono selezionati e recavano una specifica clausola:

Lo scopo della serata è di valorizzare la nostra moda. Le signore sono vivamente pregate di indossare abiti di pura ispirazione italiana.”

Il successo fu tale che ne fu organizzata un altra l’anno successivo nella sala bianca di Palazzo Pitti che ebbe un successo stratosferico.

Grazie a questa intuizione, l’Italian Look trovò la propria consacrazione sfilando nei grandi saloni rinascimentali fiorentini. Una giovanissima Oriana Fallaci inviata per Epoca, ne fece la cronaca.

G:B. Giorgini
Ballo-in-casa-Giorgini,1951,-Simonetta-Visconti-(a-sinistra)-con-alcune-compratrici-americane.

Tra il pubblico figurarono i più importanti buyers americani che videro nella cosiddetta moda-boutique un prodotto eccellente per il mercato d’oltreoceano e per la grande distribuzione di fascia alta. Creazioni realizzate in piccoli laboratori, con qualche decina di artigiani che potevano garantire una produzione per qualità e costi, perfetta. Lo stile incontrava la qualità dei materiali e della confezione sartoriale in un prodotto realizzato su scala sufficientemente ampia da poter servire le più prestigiose catene di grandi magazzini.

Firenze – sala bianca-1951

Da quel febbraio 1951 in poi, a quelli originari si sarebbero aggiunti nuovi talenti: Capucci, Galitzine, Krizia, Valentino e Mila Schön.

Nacque il prêt-à-porter italiano!

Sfilata-in-Sala-Bianca,-luglio,-1955
1956
A metà degli anni ’50 si delineò in Italia una sorta di distribuzione dei compiti, caratteristica del Made in Italy, che si sarebbe poi perfezionata negli anni successivi.

Nel 1962 viene costituita la Camera nazionale della moda italiana, cui aderirono anche le case di moda milanesi.

Roma si sarebbe dedicata all’alta moda, Firenze alla moda-boutique, Torino e Milano all’abito di confezione e alla produzione dei tessuti.

Siamo nell’ottobre 1965 e la mitica Diana Vreeland deciderà di pubblicare nel numero più importante di Vogue, un servizio dal titolo “The Italians” per presentare i nuovi stilisti italiani in tutto il mondo.

Nell’editoriale in bianco e nero due altere modelle spiccavano tra colonne, capitelli e balconate definendo le linee e lo stile di quel che sarà riconosciuto per molto tempo a seguire come il Made in Italy.

Vogue


Vogue

Figura di spicco del Made in Italy, insieme a Giorgini, fu Beppe Modenese, che di Giorgini fu stretto collaboratore.

Uomo dal fascino incredibile e dotato di un’eleganza di modi naturale, molto amato dal dal jet-set internazionale fu definito con affetto da Vogue America “Minister of Elegance”. Organizzatore di eventi incredibili, il 3 ottobre del 1979 inventò il concetto stesso di Fashion Week, il Modit: tre giornate di defilè con 19 nomi in calendario, il vero inizio della moda a Milano.

Consulente di grandi aziende, consigliere fidato di molti stilisti, come l’amica Laura Biagiotti, il suo nome divenne sinonimo di certezza per tutti coloro che avessero degli interessi nel mondo della moda.

Trasformò Milano nel cuore della moda italiana.

Ora che conoscete la storia del Made in Italy sono certa potrete esserne orgogliosi come lo sono io.

Per me lo stile italiano è una filosofia che fa parte di un patrimonio culturale, fatto di storia e di familiarità con il bello. E’ alleanza, sinergia tra creatività e imprenditoria.

E’ un particolare approccio al design e alla realizzazione, è un pensiero completo, avvolgente nel quale creatività, inclusione di tradizioni culturali, spirito solare e moderno ne sono il dna.

E’ il contrario dell’iperspecializzazione (tanto in voga in questo momento), è visione globale che vive nel legame tra abilità del saper fare, creatività e imprenditorialità.

Il Made in Italy è l’accordo armonioso tra l’impulso iniziale, il percorso per realizzarlo e il manufatto finito, è poesia.

Io ne sono pazzamente innamorata, è il carburante del mio lavoro, è il sentimento che accompagna ogni mia creazione.

Buon “Italian life style” a tutti !

Cris…VeryCris

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[Voti: 7   Media: 5/5]

Ispirazione senza tempo 1968 – Betty, Loulou & Yves

L’ispirazione è energia, è la sensazione che un’idea sia possibile.

“ Tutto ciò che vive crea un’atmosfera intorno a sé, l’artista è quell’anima eletta capace di coglierla.” (Goethe)

La musa è colei che crea l’atmosfera e per per un couturier che è l’anima eletta, coincide spesso con la modella, cioè con colei che oltre a stimolarlo, incarna la sua ispirazione, nel senso che la rende fisica.

E’ come se la musa fosse il punto di arrivo di un percorso creativo, mentre è ancora in atto. L’immagine concreta di un ideale mentre ancora lo si sta cercando, lo si sta immaginando. La musa è la creatura che genera il suo autore.

Yves Saint Laurent arrivò a dire che : “Una vera modella può anticipare la moda di dieci anni”.

Ed è proprio di Yves Saint Laurent che vi parlerò oggi.

Precursore di mode e modi, uomo dalla vita travagliata e complessa, dalla personalità caratterizzata da alternarsi incessante dello yin e dello yang.

Per YSL una sola musa non era sufficiente, la sua complessità, la sua visione della moda, aveva bisogno di due figure complementari e agli antipodi, per concretizzarsi. Una ha rappresentato il lato gioioso e la frenesia della creazione, la seconda il lato oscuro, notturno, destabilizzante del genio. Da un lato il femminile e dall’altro il maschile, come dicevamo lo yin e lo yang.

Loulou de la Falaise e Betty Catroux sono state entrambe muse indispensabili e rappresentative di uno stile che seppur personalissimo poteva vestire donne diversissime e uniche.

Sono state la boccata di futuro per YSL, da cui ha attinto la loro modernità per immaginare la donna che le altre donne avrebbero desiderato essere prima ancora di saperlo.

Queste due icone capaci di ispirare il lavoro di YSL per una volta e per tutta la vita, sono diventate, insieme al suo compagno e socio di sempre Pierre Bergé, la sua famiglia.

Una famiglia che ha inglobato tutti gli aspetti di sé stesso, quelli temuti, quelli desiderati e quelli a cui tendere, che poi hanno rappresentato la vera ispirazione.

Un mondo parallelo suggellato dall’arte, intriso di glamour e di amore.

La ricerca costante di un bilanciamento di contrasti interiori ed estetici, di un equilibrio creativo perfetto raggiunto attraverso le relazioni che si creano tra corpi e menti.

Yves Saint Laurent rispettava, amava e ammirava le donne, lo faceva con un sentimento pulito e gentile, espressione della sua indole e signorilità, mettendone sempre in risalto la bellezza.

Loulou de la Falaise, aristocratica hippy, diventò prestissimo un tassello fondamentale nell’immaginario creativo di Yves. Il suo bicchiere mezzo pieno, il suo angelo custode. La personificazione del glamour che dà corpo ai sogni del couturier.

Bella, solare, irriverente e assolutamente charmante. Il lato nomade di Yves.

Britannica e parigina allo stesso tempo, delicata ed elegante, aveva stile e giocava con le etichette. Instancabile lavoratrice, creativa di gioielli e accessori, amava la moda e aveva talento.

Stravagante e poetica Loulou aveva incontrato Yves nel 1968 durante una visita ad un comune amico. Aveva la passione per i colori, possedeva il dono dell’eccentricità e uno charme impalpabile e bohémien che fece innamorare istantaneamente Yves. Pochi anni dopo entrerà nella maison su richiesta dello stilista stesso e diventerà rapidamente una delle sue collaboratrici più fidate.

Gli darà un contributo significativo portandolo a riscoprire il colore, i mélanges e l’associazione dei contrasti. Resterà al suo fianco per 30 anni come musa e collaboratrice instancabile, creando gioielli e cappelli per la maison di haute couture, oltre che come amica, confidente e compagna di viaggi e di lunghi soggiorni a Marrakech.

Le muse, che siano la quintessenza della raffinatezza o anime inquiete e ribelli, hanno qualcosa da dire oltre che da mostrare e il loro fascino è ancora più importante della loro bellezza.

Yves Saint Laurent che fu un innovatore instancabile, costantemente votato a modernizzare l’immagine della donna fu sempre attratto dalla dualità tra maschile e femminile, elementi contrastanti solo all’apparenza che troveranno per lo stilista un equilibrio perfetto in Betty Catroux, da lui stesso definita “il suo alter ego femminile”, “la sua anima gemella”.

Si incontrarono nel 1967 al ritrovo di Parigi “The New Jimmy’s”, diventando immediatamente inseparabili, fu attrazione a prima vista.

Eccentrica e ribelle, unica ed enigmatica, altissima, biondissima dai lineamenti scarni (frutto di anni di anoressia) e l’aspetto androgino e simile a quello di Bowie.

Furono l‘ambiguità, la versatilità e la modernità di Betty le caratteristiche che la resero, agli occhi di Saint Laurent, la sua controparte, il suo alterego femminile.

Laurent e Catroux diventarono immediatamente inseparabili annegando le loro comuni malinconie in baldorie notturne. Eccentrica e ribelle, Betty ha sempre rifiutato i diktat della moda che le venivano imposti dall’esterno vestendo sempre una sorta di uniforme che non abbandonò mai.

Nel suo guardaroba solo maglie a collo alto, pantaloni a sigaretta neri, blazer neri, raramente abiti da sera, jeans e abiti dal taglio maschile. Immancabili gli occhiali da sole neri.