Pina Bausch e Yohji Yamamoto, la storia di due artisti che hanno insegnato alla danza e alla moda che il corpo non è un’immagine da mostrare, ma un luogo da vivere.
Ci sono artisti che inventano uno stile. Altri che perfezionano una tecnica. E poi ci sono figure rare che cambiano il modo in cui vediamo il mondo. Pina Bausch rientra in questa categoria. Entrare in uno dei suoi spettacoli significava vivere un’esperienza che andava oltre la danza. Il pubblico non assisteva solo a una coreografia; veniva immerso in un paesaggio emotivo dove ogni gesto sembrava appartenere alla vita prima ancora che al teatro.
Parlare oggi di trasformazione della moda significa mettere in discussione una delle convinzioni più radicate del sistema: che il cambiamento coincida con il susseguirsi delle tendenze. Per decenni, la moda ha costruito il proprio ritmo su un’alternanza prevedibile di stagioni, linguaggi e riferimenti. Un meccanismo che, pur nella sua apparente instabilità, garantiva una forma di equilibrio. Oggi questo schema non è più sufficiente a descrivere ciò che sta accadendo. La moda non si limita a cambiare forma: sta cambiando natura. Il sistema si è progressivamente trasformato in un campo complesso, attraversato da dinamiche economiche, culturali e tecnologiche che non seguono più una traiettoria ciclica lineare. Questa trasformazione non è immediatamente visibile, perché non produce necessariamente rotture estetiche evidenti. Si manifesta piuttosto in modo diffuso: nei processi, nei tempi, nelle relazioni tra attori diversi. Il prodotto finale, l’abito, l’accessorio, resta importante, ma non è più il centro esclusivo del discorso. È uno degli esiti possibili di una rete molto più articolata.
Comprendere la moda oggi significa quindi spostare lo sguardo: non più solo su ciò che appare, ma su ciò che rende possibile quell’apparizione.
I cenciaioli toscani non sono solo un capitolo del passato produttivo italiano: rappresentano una visione; una chiave di lettura fondamentale per comprendere alcune delle sfide più urgenti del sistema moda contemporaneo. Dopo una visita con i miei studenti dell’Accademia di Alta formazione Moda Make Campus a una delle aziende d’eccellenza nella lavorazione delle lane rigenerate, è emersa con forza in me l’esigenza di raccontare il loro lavoro prezioso e una tradizione troppo spesso relegata ai margini della narrazione ufficiale della Fashion Industry. In un’epoca in cui il settore è chiamato a ripensare radicalmente i propri modelli produttivi, guardare al passato non è un esercizio nostalgico, ma un atto di grande lucidità. A Firenze e nel suo territorio, tra la città storica e l’area pratese, esiste una tradizione antica che oggi appare sorprendentemente attuale: quella dei cenciaioli toscani.
Parlare oggi della Bardot icona significa confrontarsi con un paradosso irrisolto: come può una donna diventata simbolo di libertà, sensualità e rottura dei codici femminili del Novecento continuare a esercitare un fascino potente nonostante dichiarazioni, prese di posizione e idee che appaiono, agli occhi contemporanei, profondamente controversi? La risposta non risiede nella nostalgia, né in un’adesione acritica al mito. Risiede piuttosto nel modo in cui la Bardot ha incarnato, forse più di qualsiasi altra figura del suo tempo, una frattura culturale: quella tra il corpo come spazio di emancipazione e l’identità come territorio instabile, attraversato da contraddizioni, radicalità e rifiuto del compromesso.
Quando una donna smette di essere solo bella e diventa simbolo?
Tre visioni di blu e nero: Armani, Yamamoto, Demeulemeester. Due colori, una filosofia. Insieme raccontano la profondità dell’anima e l’evoluzione dell’eleganza nella moda contemporanea.
Nel linguaggio cromatico della moda, pochi accostamenti raccontano tanto quanto quello tra nero e blu; un abbinamento che non si limita a una questione estetica, ma diventa linguaggio dell’anima. Due colori che si sfiorano senza mai confondersi del tutto, come due estremi della stessa emozione. Il nero rappresenta l’assoluto, il limite, il silenzio; il blu, invece, è l’attimo prima del buio, il riflesso della luce che resiste. Insieme raccontano l’equilibrio tra forza e vulnerabilità, tra ombra e respiro. È in questo spazio che si muove l’universo di Ann Demeulemeester, una delle voci più poetiche e coerenti della moda contemporanea.
Ci sono tessuti che raccontano più di una moda: il panno Casentino è uno di questi.
Vi ricordate Audrey Hepburn nei panni di Holly Golightly in Colazione da Tiffany? Cammina lungo la 5th Avenue, avvolta in un cappotto arancione brillante, mano nella mano con George Peppard, mentre New York scorre come un sogno alle prime luci del mattino. Quel colore caldo e vibrante, quasi fluorescente, non era un caso di costume, ma una scelta di cultura: il cappotto firmato Givenchy era realizzato in panno Casentino, una stoffa di lana nata secoli fa in una valle toscana, quando ancora gli Etruschi e i Romani abitavano quelle terre. Un tessuto che, con la chiusura definitiva della Manifattura del Casentino di Soci (Bibbiena), oggi rischia di scomparire. E con esso, un frammento di memoria collettiva del Made in Italy.
In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dall’idea di perfezione assoluta, la moda torna a celebrare ciò che la rende profondamente umana: l’imperfezione. Tra fili pendenti, patine irregolari, cuciture visibili e tracce di vita, l’artigianalità riemerge come il vero lusso, del presente e del futuro. Oggi, mentre l’intelligenza artificiale colonizza anche i territori della moda, l’imperfezione diventa un atto di resistenza. Se gli algoritmi sono programmati per eliminare l’errore, l’artigiano lo abbraccia, lo trasforma in segno distintivo, in firma. È il difetto perfetto che rende ogni pezzo irripetibile, ogni creazione un racconto. L’artigianato, un tempo relegato alla tradizione, si reinventa come frontiera dell’innovazione emotiva. La moda, da sempre barometro del nostro tempo, sta riscoprendo il fascino del gesto artigianale, dell’imperfezione, trasformata in segno distintivo.
Lo storytelling è parte integrante della moda: costruisce significati, plasma identità, e crea un dialogo profondo tra chi crea e chi indossa. Il termine anglosassone storytelling, letteralmente “raccontare storie”, racchiude perfettamente l’essenza della moda contemporanea: un settore che, pur affondando le radici in antiche tradizioni, continua a reinventarsi attraverso narrazioni avvincenti capaci di connettersi con i consumatori a un livello emotivo e valoriale profondo. La moda è un linguaggio, una narrazione, una trama intessuta di emozioni, memorie e identità. Passando dalla fabbrica alla passerella, dalla pagina allo schermo, dalla telecamera al blog e dallo stilista al pubblico; la moda è sia forma mediata di contenuto del branding che strumento letterario e cinematografico e, non meno importante, forma di espressione personale per il cliente. La moda è sempre stata sia soggetto che oggetto di narrazione.
Forma d’arte quotidiana.
Proprio come uno scrittore sa raccontare una storia usando le parole, gli stilisti usano la moda e il design come mezzo narrativo. Il simbolismo dietro il colore, la texture, la stampa, le immagini, i decori, le silhouette di un capo e il modo in cui sono rappresentati pubblicamente sono le forme in cui stilisti e brand raccontano le loro storie.
Con l’arrivo della primavera, la moda inizia a volgere lo sguardo alla stagione estiva: tra i protagonisti indiscussi del guardaroba da spiaggia, il bikini racconta una storia di emancipazione, scandali e trasformazioni sociali che vale la pena di ripercorrere. Il bikini infatti oltre ad essere un capo estivo iconico, riflette il modo in cui i codici sociali e gli atteggiamenti nei confronti del corpo femminile si sono evoluti nel tempo. La sua storia accompagna le grandi rivoluzioni culturali del Novecento fino a oggi. Nato come simbolo di rottura e provocazione, il bikini ha attraversato decenni di scandali, mode e rivendicazioni, fino a diventare oggi terreno fertile per un movimento molto più ampio: quello della body positivity.
La moda è una pratica sociale e culturale, è un mondo complesso e affascinante che va ben oltre l’estetica; l’esperienza dell’indossare è un atto profondamente personale, influenzato dalle emozioni, dai ricordi e dall’immaginazione, è un atto sensoriale di auto-creazione. Quando pensiamo alla moda ci concentriamo prevalentemente sull’aspetto visivo ed estetico degli abiti: i colori, i tagli, le tendenze. Ma cosa accadrebbe se ampliassimo questa prospettiva esplorando anche il tatto, l’olfatto, l’udito e persino il gusto? Questo approccio aptico – che potremmo definire moda sensoriale – sposta il focus dal puro apparire al piacere di “percepire” i nostri abiti, rendendoli parte di un’esperienza intima.
Analizzare se la moda sostenibile sia una realtà è cosa complicata e contraddittoria.
E’ vero che ci sono più iniziative, campagne e prodotti sostenibili rispetto al passato, il che suggerisce un crescente impegno nella giusta direzione, purtroppo però il grado e l’entità delle “azioni” dietro la facciata sono estremamente variabili e insufficienti.
La buona notizia è che molte persone hanno davvero preso coscienza della necessità di consumare in modo più sostenibile per preservare le risorse del pianeta. Tuttavia, secondo i risultati, pochi fruitori traducono le loro preoccupazioni in cambiamenti significativi nei loro consumi. Esiste un contrasto tra la sincera consapevolezza e la ferma adozione di nuovi comportamenti. I risultati evidenziano un atteggiamento critico nei confronti dei brand considerati irresponsabili, senza però alcun bonus assegnato ai brand impegnati.
Nonostante la consapevolezza degli effetti dannosi della “fast fashion” sull’ambiente, sui lavoratori e sui consumatori, perché continuiamo ad acquistare e sostenere questo settore?
Da decenni Dries Van Noten crea moda sontuosa per donne pensanti; l’ultima sua collezione Autunno Inverno 23- 24, presentata alla Paris Fashion Week, è arrivata dritta al cuore con la più semplice delle ispirazioni: “la relazione tra un capo e chi lo indossa”.
Siamo abituati a dire che i designer amano il corpo della donna, questo di solito significa che realizzano abiti molto scolpiti o abiti deliberatamente non scolpiti. Dries Van Noten incoraggia l’interiorità invece della provocazione: i suoi capi sembrano fatti non tanto per il corpo di una donna quanto per la sua mente. Un approccio che ha definito da sempre l’opera del designer belga, che evita la teatralità alla ricerca di abiti fatti per vivere nel guardaroba di chi li indossa per decenni.
La Milano Fashion Week 2023 si è svolta la scorsa settimana (21-27 febbraio) con oltre 50 sfilate fisiche, comprese le big, tra cui Prada, Fendi, Giorgio Armani, Dolce & Gabbana e Bottega Veneta…
Una personalissima carrellata delle mie highlights
La Maison Valentino ha avviato una collaborazione con Tissu Market intitolata “Sleeping Stock”; una favola eco friendly all’insegna dell’upcycling di tessuti metaforicamente addormentati, provenienti da passate collezioni Haute Couture e Prêt-à-porter. Tessuti unici, ricchi di storie affascinanti ancora da raccontare e ancora troppo vivi per giacere inutilizzati negli archivi, iniziano così un nuovo ciclo di vita e tornano protagonisti, all’insegna della creatività e di nuovi ambiti di utilizzo. Gli archivi di moda raccontano la storia di un marchio e sono spesso un riferimento per i futuri designer; richiamano l’identità del brand creando versioni moderne. Approccio che però fino ad ora ha riguardato principalmente abiti già realizzati.
Dopo Prato, Ossie Clark e Celia Birtwell tornano in mostra a Milano fino al 10 aprile 2023, grazie alla Fondazione Sozzani, al patrocinio della Camera della Moda Italiana e alla collezione d’archivio di Massimo Cantini Parrini.Un’esperienza che non mi sono certo fatta sfuggire durante l’esposizione presso Il Museo del Tessuto di Prato e che, come appassionata di moda e di cultura e come docente, mi ha affascinato oltre misura.
La stilista della moda ucrainaAnna October è passata dalla creazione di collezioni al nascondersi dagli attacchi aerei nella foresta. Ora, esiliata a Parigi, guida il design della sua prossima collezione e la gestione di una piattaforma digitale dedicata ad aiutare i designer del suo Paese.
Salvador Dalì non era estraneo al mondo della moda. Dalla creazione di copertine surrealiste per la rivista Vogue, alla sua amicizia e collaborazione creativa con la couturier italiana Elsa Schiaparelli. Per Dalì gli abiti rappresentavano solo un altro pennello che usava per dipingere il suo personaggio bizzarro, considerato emblematico per la maggior parte dei creativi di tutto il mondo.
La Parigi Fashion Week P/E 2022 si è conclusa. Nove giorni di presentazioni dal vivo e digitali, di colossi come Dior e Chanel, nonché di favolosi talenti emergenti come Thebe Magugu e Kenneth Ize.
La collezione P/E 2022 di Burberry è una celebrazione delle fantasie più primordiali e sensuali, con un’enfasi giocosa su animali e mondo naturale.
La presentazione è stata svelata digitalmente ed è un evento certificato carbon neutral attraverso il Fondo di rigenerazione di Burberry, nello sforzo della casa di essere Climate Positive entro il 2040.