Registrati
Categoria

News

Ritratti di…moda – news

La moda vanta grandi artefici e indimenticabili interpreti che l’hanno incisa nel tempo. La moda è più che mai multiforme, poliedrica, mutevole e allo stesso tempo ciclica. Si riflette in molti stili di vita ed è sempre moderna.

Mi hanno sempre affascinato i ritratti, le biografie. La storia del mondo passa attraverso personalità, amori, storie di piccola e grande gente.

I ritratti di donne, modelle, designer, fotografi, icone, muse, luoghi, correnti e controcorrenti, coesistenti e contrastanti, complementari. La moda in avanscoperta e alla riscoperta perché anche il nuovo ha sempre delle radici.

La sensazione è che siamo ad una svolta, ma questa ci viene incontro con un alternarsi di vecchio e nuovo, un alternarsi di tendenze.

La cultura, il vissuto, ha sempre un’importantissima funzione nello stimolo dei trend e nel mutamento dei costumi e al centro della cultura c’è sempre una scintilla.

In questa rubrica percorreremo la moda attraverso ritratti, coniugando una dose di ricerca con un pizzico di passato e con un minimo di poesia. Un insieme di tratti e di vite irripetibili.

Una sorta di rivoluzione copernicana della moda, dove al centro non c’è più solo l’abito ma la persona: particolare, interessante, se stessa.

A quale donna parla?

Chi vorrà ritrovarsi potrà farlo tra le righe di questa rubrica settimanale:

Da giovedì 8 Aprile su WONDERNET magazine seguitemi.

Cris…VeryCris

[Voti: 3   Media: 5/5]

La “Via della Seta”…tra storia e leggenda

La storia di quel filo di seta che dall’oriente arriva ai porti del Mediterraneo a congiungere genti e culture è ricca di miti e favole.

Le leggende, si sa, riempiono i buchi della storia.

Uno di questi miti di 2600 anni prima di Cristo, ha come protagonista, l’adolescente, imperatrice cinese Xi Lin Shi, moglie di Huang Di (l’Imperatore Giallo), famoso artefice della civilizzazione cinese.

Xi Lin Shi, seduta nel suo giardino di gelsi a bere tè, vide cadere un bozzolo nella sua acqua calda e mentre lo osservava, si rese conto che quella matassina dissolvendosi, dava luogo ad un filo lunghissimo e traslucido.

ph: JINGNA ZHANG

Chiedendosi se quel filo potesse essere usato per realizzare tessuti, Xi Ling Shi lo dipanò e lo studiò. Ciò che ne risultò fu la sericoltura, la scienza alla base della produzione della seta. Si dice che la giovane imperatrice e scienziata in erba, allevò bachi da seta, scoprendo che nutrendoli con foglie di gelso si produceva la migliore seta. Inventò inoltre il telaio per poi tesserne i filamenti.

Aveva così scoperto il segreto meraviglioso della seta.

Non male per un ozioso pomeriggio bucolico e un inatteso incontro con un insetto!

Il segreto fu custodito e difeso gelosamente per duemila anni dagli imperatori cinesi che ne fecero un floridissimo commercio monopolistico.

ph: JINGNA ZHANG
Seguendo le carovane

Intanto però l’espansione dell’Impero Cinese verso l’ occidente e quella dell’Impero Romano verso oriente, aveva creato una crescita sempre maggiore dei commerci. Avventurosi mercanti per mezzo di carovane, attraversavano deserti infuocati, montagne altissime e rocciose, pianure sconfinate, steppe impenetrabili, mettendo in contatto due civiltà millenarie.

Fu così che attraverso i percorsi che dal Fiume Giallo al bacino del Tarim, passando per i corridoi di Hexi, il Palmir e l’altopiano iranico, lungo gli itinerari orientali dell’Impero Romano, la seta fece la sua comparsa nel mondo occidentale.

Lungo quel percorso che prese poi il nome affascinante di “Via della Seta” s’incontrarono genti fino ad allora sconosciute. Arrivò non solo la seta, ma anche merci, costumi, culture e religioni che segnarono per sempre la storia.

Siamo a questo punto nei secoli intorno alla nascita di Cristo, in Cina domina la dinastia Han, i rapporti e gli scambi con il mondo occidentale si fanno sempre più intensi e le sete sia filate che tessute giungono a Roma.

Sebbene i prodotti di seta potessero oltrepassare i confini della Cina, era vietatissimo che i segreti della sericoltura oltrepassassero l’Impero. Chiunque fosse stato catturato per il contrabbando delle falene della seta o delle sue uova, veniva messo immediatamente a morte.

A Roma il tessuto riscosse subito un grandissimo successo. Fu molto desiderato, ma anche discusso, infatti vennero emanate leggi che ne vietavano l’uso come vestiario. Ancora i romani non avevano compreso bene come venisse prodotta.

Un’altra leggenda, racconta che intorno al 400 d.C. una principessa cinese promessa in sposa a un uomo indiano, per paura di non poter avere la seta nella sua nuova patria, decise di contrabbandare un bozzolo tra i suoi capelli mentre si recava in India.

Ph: JINGNA ZHANG

Sfortunatamente per gli amanti della seta europei, le popolazioni tribali mantennero il segreto e l’Occidente dovette aspettare a lungo.

Un’altra storia poi narra che intorno al 550 d.C. sotto Giustiniano, alcuni monaci nestoriani (o secondo un’altra versione, dei briganti travestiti da monaci) introdussero nel mondo occidentale alcuni bozzoli di baco da seta nel cavo di una canna di bambù.

E così il segreto fu svelato.

Dal 552 Costantinopoli produsse in modo autonomo il tessuto e da quel momento, gradualmente la sericoltura si diffuse in tutta Europa.

Oggi, lungo tutto il percorso antico della “ Via della Seta”, si possono trovare ancora tracce dei popoli, delle idee e delle merci che l’hanno attraversata e modellata. Sono la testimonianza del fatto che la “Via della Seta” ha anche rappresentato un dialogo tra le civiltà sedentarie della Cina e dei paesi del Vicino Oriente e del Mediterraneo, mediato dalle popolazioni nomadi dell’Asia Centrale.

Gli storici sono concordi sul fatto che la “Via della Seta” ebbe un così grande impatto sullo sviluppo della civiltà mondiale che è difficile immaginare il mondo moderno senza di essa.

L’idea moderna della Via della Seta, invece, è stata lanciata dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Nel 2013 il rallentamento dei ritmi di crescita della Cina, ha cominciato a mettere sotto pressione la leadership di Pechino affinché aprisse nuovi mercati ai suoi prodotti e alla sua capacità industriale in eccesso.

La Via della Seta moderna, pertanto, consiste in sottoscrizioni di memorandum d’intesa commerciale. Ad oggi, oltre 60 Paesi e 29 organizzazioni internazionali hanno aderito, fra questi anche l’Italia.

Beh diciamo che oggi è tutto molto meno poetico!

Cris…VeryCris

Le bellissime foto sono di JINGNA ZHANG

Se l’articolo vi è piaciuto, mettete le stelline ! Grazie

[Voti: 4   Media: 5/5]

Safari and the City

Tutti d’accordo nel rispolverare in chiave contemporanea lo stile safari?

Sì, ma senza sviare l’attenzione dalla donna moderna che vive e si muove in uno scenario prettamente metropolitano.

Con l’avvio della bella stagione, sale il desiderio di vestire con uno stile casual ma al contempo ricercato, raffinato e sobrio, avventuroso ed estremamente chic.

Cosa c’è di meglio di uno stile dallo spirito romantico e dall’anima avventurosa e libera?

Il mood safari-coloniale ci riporta immediatamente alle atmosfere calde di film come “la mia Africa” o “ il tè nel deserto” facendoci vivere atmosfere di terre lontane.

Il colore cachi, kaki, o haki o khaki in inglese, deriva dal nome persiano khak che significa “terra”, da cui deriva khaki che significa “di color terra”, fulcro e cuore di questo stile.

Infatti possiamo richiamare il coloniale anche solo attraverso i colori delle sfumature del deserto, l’ocra, il ruggine, le tinte speziate del pepe, dello zenzero, del pistacchio e lo zafferano. Tutte le tonalità che ricordano il colore del tramonto nella savana andranno bene, ma non dimentichiamoci delle nuances più chiare, come il bianco e il crema e il nero dello zebrato.

La suggestione del colore è tanto forte che spesso bastano anche solo pochi accessori giusti, qualche tasca a soffietto per richiamare lo stile safari-coloniale.

Tessuti di cotone, lino e seta dalle tinte naturali, garze, tessuti morbidi e leggeri, mocassini dall’aria coloniale, cinture di cuoio, tracolle in canvas, stampe animalier, pizzi, occhiali da sole maculati o da aviatore, secchielli o marsupi pitonati, cappello panama, stivali in cuoio, giacche con tasche applicate, abiti bianchi di lino o cotone, maxi borse di paglia intrecciata e cappelli…

Anche in mancanza della sahariana, capo principe di questo stile, potrai improvvisare il tuo look safari mixando anche solo pochi accessori particolari con dei pezzi basici.

Qui troverai alcune mie idee di mix and mach da prendere come ispirazione

giacca in pelle e gonna scamosciata
abito bianco in cotone
camicia e gonna in lino bianco
pant ecru e camicia bianca in lino
gonna e stivali
camicia color terra
tuta
verde
scamiciata
sahariana
camicia bianca e pant lino
completo crema con gonna e bianco con pantalone

Adoro questo mood che miscela perfettamente lo stile femminile e fluente ed elementi maschili e il tutto con rilassatezza e una nonchalance assolutamente chic.

Anche se questa estate rischiamo di affrontare solo la giungla urbana, lo stile safari è un ottimo look, non credi?

Grazie per avermi letto, se l’articolo ti è piaciuto, dimmelo con le stelline!

Cris…VeryCris

[Voti: 7   Media: 4.9/5]

La mia Africa…design e suggestioni

Chi non ha nel cuore le immagini e le atmosfere africane di “ La mia Africa” ?

“Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di Caffè. Ma l’Africa conosce il mio Canto? L’aria sulla pianura fremerà un colore che io ho avuto su di me? E i bambini inventeranno un gioco nel quale ci sia il mio nome? O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli? E le aquile sulle colline Ngong guarderanno se ci sono? “ (Karen Brixen)

La mia Africa è un film del 1985 diretto da Sydney Pollack, ispirato, anche se con alcune discrepanze, all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen.

La mai così splendida Meryl Streep interpreta la Blixen e Robert Redford impersona Denys Finch-Hatton, un cacciatore con cui la Blixen vive una romantica storia d’amore.

Oltre alla straordinaria poesia e bellezza del racconto e la meravigliosa ambientazione, questo film ha forse pochi uguali, in quanto a fascino dei costumi che per quanto mi riguarda, sono diventati loro stessi attori e protagonisti della storia. Il costume design è un processo creativo che a volte passa inosservato vedendo un film, amalgamandosi in modo naturale con la narrazione, la fotografia e le atmosfere, ma ne è un aspetto fondamentale, come la colonna sonora.

Oggi vi voglio regalare uno sguardo approfondito, un viaggio nei costumi e negli abiti del film…un idillio tra cinema e moda.

Milena Canonero
La designer

Partiamo parlando della italianissima Milena Canonero, costumista della pellicola in questione e di altri meravigliosi film come The Grand Budapest Hotel , A Clockwork Orange, The Shining , Marie Antoinette, Arancia meccanica. Super premiata e orgoglio per la nostra fama di creativi, la Canonero ha svolto un’approfondita opera di ricerca e studio per ricreare le atmosfere dell’era coloniale africana dal 1914 al 1924. Partendo da fotografie della vita reale di Karen Blixen in Danimarca, visitando le ambasciate e i musei di Nairobi e Londra, studiando gli abiti delle tribù native del Kenya con l’aiuto dell’antropologo Richard Leakley e indagando sugli abiti dei coloni europei dell’inizio del XX secolo. I costumi occidentali sono stati realizzati a Londra, mentre i costumi tribali in un laboratorio appositamente creato dalla Canonero a Nairobi.

Colori

Il colore come elemento narrativo ed emotivo per accompagnare la protagonista. Sfumature rarefatte di beige, terra, blu, verde o nero, per fondere poeticamente e delicatamente la protagonista nel paesaggio africano. All’arrivo in Africa, Karen, è vestita del caldo colore avorio.  I toni chiari si alternano ad altri kaki e sabbia per gran parte del film, fino a quando non parte per la Danimarca. I toni scuri nel periodo felice in Africa vengono usati solo negli abiti da sera per dare un tocco di eleganza. Tornata dalla Danimarca quando scende dal treno, la si vede indossare un vestito blu scuro. È allora che predominano i toni scuri, per evocare il periodo delle guerre che si stava vivendo in Europa. I colori vivaci sono stati invece riservati al guardaroba delle tribù.

Messaggi

Karen indossa sempre pantaloni e completi per andare a caccia, gonne lunghe e camicie per delineare il carattere liberale e forte della protagonista. Elementi come le cravatte quando è nella piantagione le conferiscono austerità e carattere autoritario. I tessuti di lino e cotone predominano, essendo i più adatti al luogo in cui si trova, ma non mancano anche indumenti vaporosi di seta, per capi delicati come camicie da notte e vestaglie, per non tralasciare il carattere romantico, sensuale e femminile della protagonista.

Sposa

L’abito da sposa in seta bianca della baronessa Blixen ha un design non perfettamente inserito nei canoni stilistici dell’epoca per confermare la sua personalità travolgente di donna moderna, intellettualmente caratterialmente in anticipo sui tempi. Milena Canonero è riuscita attraverso i suoi abiti, a rappresentare una donna indipendente, una combattente, una sognatrice romantica ma concreta con una visione che andava oltre i suoi tempi, come una donna del 21°secolo.

Dettagli e accessori

L’amore che la protagonista prova per la gente si esprime attraverso dettagli, come il modo in cui vengono indossate le toghe, simile a come fanno le tribù locali o le sciarpe colorate e le collane. Cappelli, stivali e spille sono gli articoli più comunemente usati per completare gli outfit da safari e la leggenda dice che molti accessorie fossero oggetti personali di Karen Brixen prestati per l’occasione.

Cappelli

La trasformazione dei cappelli di Karen è voluta per mettere in risalto l’evoluzione personale del personaggio e del suo cambiamento interiore. Lo stile borghese all’inizio, per riflettere l’eleganza e la distinzione della protagonista, per finire con cappelli safari o in paglia, per evidenziare l’adattamento al nuovo paese. Non più copricapo per moda, ma per uso pratico di protezione dal sole.

“ La mia Africa” mostra design affascinanti che hanno reso di moda lo stile safari anche oltre 30 anni dopo la sua premiere.

Quindi state pronte, il prossimo articolo sarà su come sfoggiare lo stile safari in città…stay tuned

Cris…VeryCris

Se l’articolo vi è piaciuto ditemelo con le stelline…Grazie!

[Voti: 7   Media: 4.4/5]

Moda sostenibile…un’occasione importante!

La moda sostenibile riguarda il nostro stile e soprattutto la nostra sopravvivenza.

Di che cosa stiamo parlando?

Si intende l’obiettivo del comparto moda di creare una maggiore armonia tra i prodotti, l’ambiente e le persone.

Riferito all’ambiente sentirete l’espressione eco-fashion” e quando sono coinvolte le persone si sente parlare di moda-etica”.

Sì perché la moda sostenibile coinvolge il rispetto dell’ambiente e della società in tutte le sue fasi: dalla creazione, alla produzione passando per la distribuzione e la vendita e infine anche all’acquisto.

Tutte le fasi agiscono come pezzi di un puzzle per la realizzazione di una moda caratterizzata dall’attenzione alle persone, al loro benessere e allo sviluppo di un ecosistema favorevole alla salvaguardia del Pianeta.

Ma facciamo degli esempi concreti.

Il Fast fashion è una spina nel fianco. Una moda veloce e di bassa qualità, che sforna una collezione ogni 1/2 settimane non è assolutamente ecosostenibile.

La bassa qualità dei capi riduce il loro ciclo vitale e inquina.

Produciamo molto di più rispetto a quello che effettivamente viene comprato.

Le aziende di abbigliamento non sanno come smaltire lo stock invenduto. Molto spesso questo si trasforma in una mole di rifiuti per non creare una svalutazione della merce.

Le produzioni di questo tipo sono generalmente locate in paesi dove il costo del lavoro è basso e quindi dove gli operai sono in condizioni di miseria e sfruttamento. Non solo, ma anche in paesi dove i controlli degli inquinanti sono praticamente nulli. Oppure dove c’è un utilizzo massiccio di diserbanti nelle agricolture di cotone o dove l’emissione di CO2 nell’ambiente attraverso le industrie sono elevate, …

Consumiamo molto di più rispetto ai nostri reali bisogni.

Siamo spinti a comprare dal sistema fast fashion che pervade le nostre vite. Ci sollecita ad acquistare più del necessario e quindi a basso prezzo ma ad alto costo. Nei cartellini di questo tipo di prodotto si cela un secondo costo che stiamo tutti pagando in termini macroeconomici, umani e di salute.

La moda che dobbiamo sostenere è quella emozionale che dà valore a quello che indossiamo.

La moda di alta qualità è storicamente sostenibile ed è il dna del Made in Italy. Produrre capi realizzati rispettando il lavoro e la tradizione, attraverso materiali sostenibili e cercando di restituire qualcosa alla società, dovrebbe essere il nostro obiettivo.

Da qui nasce una tendenza che si manifesta con un ritorno alla misura artigianale, alla lavorazione manuale, alla suggestione del capo unico e durevole e alla moda circolare che allunga la vita dei prodotti e rigenera le materie prime.

In linea con il mio carattere, invece di approfondire i lati negativi del sistema moda attuale, voglio elencare tutti i lati positivi e i vantaggi del consumo consapevole.

  • Primo fra tutti senza dubbio il minore impatto ambientale che tutela la salute di tutti.
  • Il secondo vantaggio è il miglioramento delle condizioni dei lavoratori coinvolti nel ciclo di vita di un prodotto di moda. In particolare la produzione che molto spesso avviene in paesi in cui non vengono garantiti salari minimi o condizioni di lavoro accettabili, con ricorso a sfruttamento e abusi di vario tipo.
  • In terzo luogo, lo sviluppo della moda sostenibile può contribuire alla nascita di nuove tecnologie generando crescita economica
  • Il concetto di moda sostenibile spinge inoltre ad una re-valorizzazione delle tradizioni produttive dei vari paesi, portando consapevolezza sulle arti e le risorse interne di cui noi nello specifico siamo ricchi.
  • Infine la moda ecosostenibile sostiene l’attività lavorativa femminile, proprio perché le nostre maestranze sono perlopiù femminili.

Dobbiamo essere tutti coinvolti nello “switch” sostenibile, tutti possiamo contribuire alla costruzione di un nuovo sistema moda.

E’ arrivato anche il momento di educare i nostri figli alla consapevolezza rispetto a ciò che indossano. Greta Thumberg ha sollevato anche nei giovani la sensibilità ambientale e anche le scuole già da tempo si sono attivate.

La realizzazione è frutto di un laboratorio di rap inserito nel più ampio progetto “VIAGGIO DI UNA T-SHIRT NELL’ECONOMIA GLOBALE”, proposto ad alcune classi della Scuola Primaria e Secondaria dal “Laboratorio del Cittadino”
Acquistando un capo prodotto da un brand che propone una moda sostenibile, fai del bene all’ambiente e all’umanità.

Nei prossimi 20 anni essere ‘sostenibile’ sarà una caratteristica necessaria che ogni prodotto dovrà incorporare per accedere al mercato.

Già da adesso ci sono moltissimi brand che basano le loro collezioni sul rispetto dell’ambiente e delle persone.

Ricordiamoci che alla fine della filiera ci siamo noi che acquistiamo e quindi siamo noi che abbiamo l’arma più potente per spingere il mercato al cambiamento.

In conclusione, se è vero che lo shopping compulsivo, senza badare alle etichette, può farci sentire appagati anche se in modo illusorio, lo shopping sostenibile può fare di meglio: può salvarci tutti.

Vivere la moda in modo consapevole e sostenibile è possibile, basta lasciarsi guidare dalla volontà di rispettare il nostro pianeta, la nostra civiltà e anche la nostra economia, facendo attenzione a cosa si acquista.

Si può essere eleganti senza rinunciare ad essere sostenibili.

Grazie per l’attenzione !

Cris…VeryCris

Note per un approfondimento:

Il documentario “The True Cost” è un film che consiglio a tutti per meglio comprendere le implicazioni che le nostre scelte in fatto di abbigliamento e accessori hanno sul pianeta e le persone, nonché sul nostro futuro.

Se poi volete approfondire l’argomento vi consiglio alcune letture piacevoli e al contempo esplicative.

“La rivoluzione comincia dal tuo armadio” ( Luisa Ciuni – Marina Spadafora)

“I viaggi di una T-shirt nell’economia globale” ( Rivoli Pietra)

Le illustrazioni di copertina sono di @Bijou Karman

[Voti: 4   Media: 5/5]

Keith Haring – il genio del metrò

A trentun anni dalla sua scomparsa non posso non ricordare Keith Haring.

Ma chi era o meglio chi è?

Haring è indiscutibilmente uno degli esponenti più singolari del graffitismo di frontiera, uno dei più rilevanti autori della seconda metà del Novecento.

Genio, creatore di una nuova dimensione artistica fatta di colori, bidimensionalità e di grande impatto comunicativo, espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata.

Con la sua arte ha dato voce a temi sociali profondi, impegnativi e di forte impatto: la la droga, la discriminazione verso le minoranze, la minaccia nucleare, l’alienazione giovanile, l’arroganza del potere, l’Aids (di cui è morto).

«Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità» Keith Haring

La sua arte quasi infantile, è dirompente, dissacrante e divertente al tempo stesso.

Warhol—Keith-Haring

«L’arte deve essere per tutti e dappertutto».

(Keith Haring)

Cris…VeryCris

Se l’articolo vi è piaciuto mettete le stelline, grazie.

[Voti: 3   Media: 5/5]

Oh, l’amore!

Parlare d’amore rende immediatamente più positivi e pieni di energia e quindi eccomi pronta a sondare insieme a voi i risvolti misteriosi di questa cosa astratta che muove il mondo.

Ma che cos’è l’amore?

E’ stato studiato, filosofato, pensato e vissuto da romantici, filosofi, poeti, musicisti, pittori ecc. fin dagli albori della razza umana.

Filosofi e scienziati hanno cercato di rispondere a questa domanda da sempre.

Secondo gli antichi greci esistevano tre forme di amore: Eros – Philia e Agape a cui oggi potremmo dare il nome di Passione- Amicizia e Benevolenza.

Nell’era contemporanea lo psicologo americano Robert Sternberg sostenne che l’amore può essere compreso attraverso tre componenti che manifestano ognuno un aspetto diverso. E a me già questa cosa piace, perché sono certa che esistano molti tipi di amore, ma forse anche più di tre, ma partiamo da questi.

L’intimità che si riferisce ai sentimenti di contatto, vicinanza, affinità, connessione, legame, calore,condivisione e tenerezza.

La passione che include l’attrazione sia mentale che fisica, il contatto, l’eccitazione e le pulsioni che conducono al desiderio.

L’impegno che si riferisce, nel breve termine, alla scelta della persona per cui si prova un sentimento d’amore, e nel lungo termine, al proprio impegno a mantenere vivo quell’amore.

Secondo Sternberg, questi 3 punti costituiscono, sia interagendo tra loro che in autonomia, quel meraviglioso sentimento che ha ispirato migliaia di canzoni, romanzi e poesie, film, quadri e tutte le forme dell’arte.

il bacio Klimt – “V-J Day in Times Square” di Eisenstaedt

Io invece vedo l’amore un po’ come un caleidoscopio del “sentire” se stessi e l’altro.

Il caleidoscopio si serve di specchi e frammenti di vetro o plastica colorati che pur differenti per forma e colore creano una molteplicità di strutture simmetriche e armoniose. Si specchiano, si riflettono, si compensano, contrastano, si amalgamano in un continuo movimento, creando continuamente immagini nuove pur rimanendo sempre sé stessi.

Ecco per me l’amore può essere anche immaginato così, come la meraviglia che si crea da un caleidoscopio.

Diego Ruvidotti musica originale

Non ci sono dubbi sul fatto poi che l’innamoramento sia una forma transitoria di follia e che si possa rimanere innamorati tutta la vita, sempre in maniera diversa.

Si può essere innamorati di sé stessi come dicevano Orcar Wilde:

“amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta la vita“

e Frida Kahlo:

“Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi”.

Si può essere innamorati della vita, dell’amore, di un uomo, di una donna, di un luogo, della musica, dell’arte

L’importante è

mantenere quel pizzico di follia sempre viva !

Vancouver-riot-kiss-di-Richard-Lam
L’amore Frida Kahlo

L’amore? Non so.
Se include tutto,
anche le contraddizioni
e i superamenti di sé stessi,
le aberrazioni e
l’indicibile,
allora sì, vada per l’amore.
Altrimenti, no.

Mantenere intatti in noi quei piccoli diamanti che si chiamano romanticismo e spontaneità infantile.

Roberto Benigni (La tigre e la neve)

E se muore lei tutta questa messa in scena del mondo che gira la posso pure smontare. Possono schiodare, arrotolare tutto il cielo, caricarlo su un camion col rimorchio…Possono spegnere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto, tanto. Sai perché mi piace tanto? Perché mi piace lei illuminata dalla luce del sole. Possono portare via tutto: questi tappeti, questi palazzi, la sabbia, il vento, le rane, i cocomeri maturi, la grandine, le sette del pomeriggio, maggio, giugno, luglio, il basilico, le api, il mare, le zucchine…le zucchine

Quindi innamoratevi, baciate, amate chi volete, dove volete, quando volete…

e che sia San Valentino tutti i giorni della vostra vita!

Cris…VeryCris

Se vi è piaciuto votate con le stelline e se volete fare un regalo cliccate sullo SHOP

[Voti: 7   Media: 4.9/5]

Pantaloni stile smart…working

Adoro i pantaloni comfy, li trovo dotati di quella femminilità non provocatoria che amo, un po’ lounge un po’ utility ma senza rinunciare allo stile.

Dopo mesi passati a lavorare tra le mura di casa è ormai ufficiale: la “nuova normalità” richiede degli outfit confortevoli.

Pantaloni stile casual/elegante ampi, oversize, morbidi dai tessuti scivolati che liberano le gambe dalle costrizioni dei modelli slim fit e skinny.

Saranno il passepartout della quotidianità della primavera estate sia per il lavoro che per il tempo libero.

Mixati nel modo giusto, anche i pantaloni sportivi diventano un grande alleato in fatto di look, comodi ma anche femminili. In tessuti naturali e fluidi d’ispirazione anni ’90 che strizzano l’occhio alla contemporaneità.

Con pinces, cargo, pajamas, baggy, dalle linee morbide, a palazzo o balloon, con vita alta. Facciamoci un’idea, guardando le proposte delle collezioni estate 2021.

Ho selezionato per voi anche designer e brand emergenti, diciamo non solo i soliti noti.

Pantaloni baggy

Entrati a far parte del guardaroba femminile grazie al cinema e per la precisione grazie a Katherine Hepburn che ne ha fatto la sua divisa. Dal taglio maschile e sartoriale, vengono addolciti dalla scelta del tessuto che deve essere morbido e scivolato. quando il pantalone tende alla morbidezza, il top deve invece mantenersi più attillato, per avere un’allure sempre femminile. Ideali da portare con t-shirt o camicie aderenti, con le sneakers o scarpe basse e perché no anche con sandali flat.

Pantaloni con pinces

Morbidi a gamba larga, la resa finale dipende molto dal tessuto. Ideali in lino, in cotone leggero ma bellissimi anche in tessuti cangianti e morbidi che drappeggiano sulla silhouette appoggiandosi ai fianchi. Rigorosamente a vita alta.

Pantaloni morbidi dai tessuti eleganti
Jeans largo

Pantaloni con coulisse

Comodi da indossare. I pantaloni con coulisse sono l’essenza dello stile comodo. Grazie a quel dettaglio che scorre e stringe per adattarsi al corpo. L’importante è cercare modelli dai tessuti e colori originali e leggeri sia in tinta unita che in fantasia.

Pantaloni a zampa d’elefante

Dai tessuti morbidi, scivolosi, ideali di jersey per cadere dolcemente lungo le gambe e creare silhouette slanciate.

Pantaloni cargo
Pantaloni larghi e fluidi, proposti nelle fantasie esotiche
Pantaloni tipo tuta
Pantaloni baggy
Pantaloni alla caviglia
Completo monocromatico

Comodi e versatili al punto giusto, questi modelli declinati in materiali femminili e preziosi saranno il top della nuova stagione.

Non avete che l’imbarazzo della scelta…

Cris…VeryCris

Se vi è piaciuto l’articolo ditemelo con le stelline e condividetelo. Grazie!

Se volete visitare il mio SHOP cliccate QUI

[Voti: 5   Media: 5/5]

Un trench è per sempre

Vista la stagione oggi vi parlo del trench, il capo più cinematografico che esista.

Il trench coat, letteralmente “cappotto da trincea”, nasce come capospalla militare maschile nel 1856.

Molti brand ne reclamano la paternità come Mackintosh, Burberry e Aquascutum e senza entrare nel merito e nella polemica, direi senza dubbio che il più famoso e iconico è il Burberry.

Dici Burberry e pensi immediatamente al trench, color kaki, a doppio petto con la cintura e la fodera interna tartan, questa è la realtà.

Malgrado la sua origine tutt’altro che glamour, attraverso le storie e le epoche, ha vestito generazioni di uomini fino ad entrare nell’immaginario collettivo come capo iconico dal fascino noir. Pensiamo a Humphrey Bogart, Peter Sellers, il tenente Colombo e il tenente Sheridan. Tutti personaggi la cui immagine è indissolubilmente legata al trench.

Negli anni ’60 è stato Yves Saint Laurent a lanciarlo sulle passerelle parigine in una versione femminile, raffinata e irrinunciabile.

Trench YSL

Portando così un capo, geneticamente britannico, allo status di tendenza dominante dello stile francese e ancora oggi conosciuto come un punto fermo di tutte le parigine alla moda.

Il trench, chic nelle sue linee pulite, semplice e disinvolto, con il suo colore tenue si coordina armoniosamente con la tavolozza dei colori parigini.

Fu amatissimo dalle grandi star del glamour come Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, Principessa Diana, Jacqueline Kennedy, Marlene Dietrich, Jane Birkin, Kate Middleton, Emma Watson…e una lista infinita di altre bellissime donne.

Brigitte Bardot & Kate Moss
Marlene Dietrich
Meryl Streep – Catherine Deneuve – Marilyn Monroe
Sophia Loren & Monica Vitti
A colazione da Tiffany
Jacqueline Kennedy – Jane Birkin – Faye Dunaway
la nostra Franca Sozzani

Il trench è ancora oggi simbolo di stile classico ed eleganza e quindi come simbolo sottostà a delle regole precise.

Quali sono le caratteristiche che definiscono il trench?

Per essere veramente alla moda con il trench bisogna averlo traditional e giocare con gli accessori e gli abbinamenti.

Premetto che mi piacciono molto le innovazioni e le ispirazioni che vengono dalla storia del costume. Ma per quanto riguarda il trench, proprio perché capo iconico, lo preferisco decisamente il più possibile aderente all’originale.

Un trench ‘puro’ si distingue per alcuni dettagli, che in origine avevano anche funzioni ben precise.

Il tessuto principalmente era gabardine di cotone, con tessitura molto compatta che la rendeva idrorepellente e antivento.

Il colore tipico, il kaki , adatto a tutti e perfetto per il giorno.

Il modello originale è “doppio petto”, studiato appositamente per proteggere dal vento.

Le tasche oblique, ideali in guerra per contenere oggetti e per noi comodissime e femminili.

La fodera è in tartan per non farci dimenticare la provenienza britannica e poi diciamocelo dona un tocco di frivolezza.

Revers e colli pronunciati

La cintura che si può allacciare o no, poi vedremo come, deve esserci e anche la fibbia che però noi non useremo. In origine, aveva anelli in ottone per appendervi accessori.

E detto tra noi la cintura è fondamentale per segnare il punto vita e quindi donare femminilità, va quindi stretta bene intorno ai fianchi, con chiusura mai centrale, come le brave bambine, ma sempre verso il fianco sinistro. Quando il trench è aperto, la cintura va legata dietro la schiena con un nodo.

Altri elementi distintivi sono le maniche con taglio raglan che consentiva ampi movimenti delle braccia senza costringere, la mantellina posteriore, le spallette militari che davano la possibilità di apporre le mostrine militari, e lo spacco dietro per agevolare i movimenti.

ll trench perfetto arriva qualche centimetro oltre il ginocchio.

Oltre al modello classico, esistono altre lunghezze: la prima cortissima, praticamente una giacca, la seconda con lunghezza a metà coscia. la terza che arriva alle caviglie.

Vi voglio dare degli spunti per la scelta dei modelli prendendo come riferimento l’archivio di Burberry e che possiamo considerare riferimento anche per gli altri marchi.

CHELSEA dal taglio slim, sfiancato, decisamente più avvolgente e femminile. Spalle strette e vita aderente.

KENSINGTON il classico dei classici, quello iconico.

CHELSEA

SANDRINGHAM dal taglio sartoriale con busto più aderente.

SANDRINGHAM

ISLINGTON classico trench reinterpretato con una silhouette aderente e un taglio leggermente più corto.

WESTMINSTER modello classico con un taglio più morbido e maschile

ISLINGTON & WESTMINSTER

WATERLOO dalle linee più allungate e dalla vestibilità comoda. Pensato per un look a strati e per essere abbinato a capi sartoriali.

WATERLOO

PIMLICO linea dritta, monopetto con dettagli minimalisti e una silhouette lineare.

PIMLICO
Abbinamenti

È molto facile apparire alla moda con un trench. Può essere indossato con qualsiasi vestito, jeans e gonne, e pantaloni morbidi o dritti. Io personalmente giocherei molto con gli accessori, come per esempio sostituire la cinta con un foulard.

Vi lascio alcuni spunti di street style per i vostri outfit.

Aggiungi un trench all’elenco dei capi basici del tuo guardaroba.

Cris…VeryCris

Date un’occhiata alle offerte del mio SHOP ,

e se vie è piaciuto l’articolo votatelo con le stelline, Grazie !

[Voti: 7   Media: 4.3/5]

Ispirazione senza tempo 1968 – Betty, Loulou & Yves

L’ispirazione è energia, è la sensazione che un’idea sia possibile.

“ Tutto ciò che vive crea un’atmosfera intorno a sé, l’artista è quell’anima eletta capace di coglierla.” (Goethe)

La musa è colei che crea l’atmosfera e per per un couturier che è l’anima eletta, coincide spesso con la modella, cioè con colei che oltre a stimolarlo, incarna la sua ispirazione, nel senso che la rende fisica.

E’ come se la musa fosse il punto di arrivo di un percorso creativo, mentre è ancora in atto. L’immagine concreta di un ideale mentre ancora lo si sta cercando, lo si sta immaginando. La musa è la creatura che genera il suo autore.

Yves Saint Laurent arrivò a dire che : “Una vera modella può anticipare la moda di dieci anni”.

Ed è proprio di Yves Saint Laurent che vi parlerò oggi.

Precursore di mode e modi, uomo dalla vita travagliata e complessa, dalla personalità caratterizzata da alternarsi incessante dello yin e dello yang.

Per YSL una sola musa non era sufficiente, la sua complessità, la sua visione della moda, aveva bisogno di due figure complementari e agli antipodi, per concretizzarsi. Una ha rappresentato il lato gioioso e la frenesia della creazione, la seconda il lato oscuro, notturno, destabilizzante del genio. Da un lato il femminile e dall’altro il maschile, come dicevamo lo yin e lo yang.

Loulou de la Falaise e Betty Catroux sono state entrambe muse indispensabili e rappresentative di uno stile che seppur personalissimo poteva vestire donne diversissime e uniche.

Sono state la boccata di futuro per YSL, da cui ha attinto la loro modernità per immaginare la donna che le altre donne avrebbero desiderato essere prima ancora di saperlo.

Queste due icone capaci di ispirare il lavoro di YSL per una volta e per tutta la vita, sono diventate, insieme al suo compagno e socio di sempre Pierre Bergé, la sua famiglia.

Una famiglia che ha inglobato tutti gli aspetti di sé stesso, quelli temuti, quelli desiderati e quelli a cui tendere, che poi hanno rappresentato la vera ispirazione.

Un mondo parallelo suggellato dall’arte, intriso di glamour e di amore.

La ricerca costante di un bilanciamento di contrasti interiori ed estetici, di un equilibrio creativo perfetto raggiunto attraverso le relazioni che si creano tra corpi e menti.

Yves Saint Laurent rispettava, amava e ammirava le donne, lo faceva con un sentimento pulito e gentile, espressione della sua indole e signorilità, mettendone sempre in risalto la bellezza.

Loulou de la Falaise, aristocratica hippy, diventò prestissimo un tassello fondamentale nell’immaginario creativo di Yves. Il suo bicchiere mezzo pieno, il suo angelo custode. La personificazione del glamour che dà corpo ai sogni del couturier.

Bella, solare, irriverente e assolutamente charmante. Il lato nomade di Yves.

Britannica e parigina allo stesso tempo, delicata ed elegante, aveva stile e giocava con le etichette. Instancabile lavoratrice, creativa di gioielli e accessori, amava la moda e aveva talento.

Stravagante e poetica Loulou aveva incontrato Yves nel 1968 durante una visita ad un comune amico. Aveva la passione per i colori, possedeva il dono dell’eccentricità e uno charme impalpabile e bohémien che fece innamorare istantaneamente Yves. Pochi anni dopo entrerà nella maison su richiesta dello stilista stesso e diventerà rapidamente una delle sue collaboratrici più fidate.

Gli darà un contributo significativo portandolo a riscoprire il colore, i mélanges e l’associazione dei contrasti. Resterà al suo fianco per 30 anni come musa e collaboratrice instancabile, creando gioielli e cappelli per la maison di haute couture, oltre che come amica, confidente e compagna di viaggi e di lunghi soggiorni a Marrakech.

Le muse, che siano la quintessenza della raffinatezza o anime inquiete e ribelli, hanno qualcosa da dire oltre che da mostrare e il loro fascino è ancora più importante della loro bellezza.

Yves Saint Laurent che fu un innovatore instancabile, costantemente votato a modernizzare l’immagine della donna fu sempre attratto dalla dualità tra maschile e femminile, elementi contrastanti solo all’apparenza che troveranno per lo stilista un equilibrio perfetto in Betty Catroux, da lui stesso definita “il suo alter ego femminile”, “la sua anima gemella”.

Si incontrarono nel 1967 al ritrovo di Parigi “The New Jimmy’s”, diventando immediatamente inseparabili, fu attrazione a prima vista.

Eccentrica e ribelle, unica ed enigmatica, altissima, biondissima dai lineamenti scarni (frutto di anni di anoressia) e l’aspetto androgino e simile a quello di Bowie.

Furono l‘ambiguità, la versatilità e la modernità di Betty le caratteristiche che la resero, agli occhi di Saint Laurent, la sua controparte, il suo alterego femminile.

Laurent e Catroux diventarono immediatamente inseparabili annegando le loro comuni malinconie in baldorie notturne. Eccentrica e ribelle, Betty ha sempre rifiutato i diktat della moda che le venivano imposti dall’esterno vestendo sempre una sorta di uniforme che non abbandonò mai.

Nel suo guardaroba solo maglie a collo alto, pantaloni a sigaretta neri, blazer neri, raramente abiti da sera, jeans e abiti dal taglio maschile. Immancabili gli occhiali da sole neri.

Per Laurent, che stava lavorando per sviluppare una nuova estetica che chiamava “maschile/femminile”, il loro rapporto fu anche fonte d’ispirazione per la creazione di blazer dal taglio maschile. La Catroux divenne immediatamente ciò che il designer chiamava “l’incarnazione del femminile ideale.”

“Tu rappresenti per me non solo amore ma l’eleganza unica”

(Lettera di Yves Saint Laurent a Betty Catroux)

Betty ha personificato, meglio di chiunque altra, l’affascinante enigma di Saint Laurent e delle sue lunghe silhouette, celebrate in tutto il mondo e immuni alle mode passeggere.

La Catroux si rifiuterà sempre di lavorare per lo stilista ma lo ispirerà per tutta la vita sia con il suo stile che come devota confidente e amica di scorribande notturne.

È stato un colpo di fulmine quando ci siamo incontrati e non ci siamo mai lasciati. Dopo di che abbiamo vissuto solo per divertimento, noi due contro il mondo. Odiavamo la vita normale!“

(Betty Catroux)

Lolou e Betty erano le migliori amiche del mondo, anche se erano l’opposto l’uno dell’altra e insieme a Yves hanno formato un trio inseparabile.

 Durante il giorno Yves lavorava con Loulou, che era sempre felice. E la sera mi chiamava: “Va tutto male, non ce la faccio più, la vita è terribile”. Io, rilanciavo: “Come hai ragione! Andiamo a perdere la testa per dimenticare questo incubo che è la vita”. Loulou era esattamente l’opposto, trovava sempre tutto meraviglioso. Lei era il nostro Prozac.

(Betty Catroux)

Questa relazione di profonda affinità elettiva e amore, durata più di 30 anni con le sue muse, è all’origine delle creazioni di Yves, che ha trovando l’armonia negli opposti.

Ha reso popolare il completo pantalone, il trench, la sahariana, la pelle, i codici maschili riletti al femminile ma ha anche creato romantiche fantasie sartoriali e abiti dalla femminilità estrema e dalla linea ultra femminile.

“La creatività si manifesta nell’interazione tra i pensieri di una persona e il dialogo con qualcuno che la capisca”

Anche nella vita Yves Saint Laurent fu creatore di armonia.

Buona moda a tutte!

Cris…VeryCris

Se l’articolo vie è piaciuto ditemelo con le stelline! Grazie

[Voti: 7   Media: 4.4/5]

Le righe e la moda – La storia di uno stile

La maglia a righe non è solo un trend del momento, ha una storia…ora ve la racconto

Parlare di moda potrebbe sembrare frivolo agli occhi di qualcuno, invece essa è in grado di dire tantissimo sia per quanto riguarda un periodo storico, sia la condizione sociale o culturale di una società, i sentimenti, le emozioni delle persone.

La moda ha un grandissimo potenziale comunicativo, è una realtà concreta e allo stesso tempo effimera. E’ un fenomeno collettivo e la sua mutabilità, sia nel tempo che nello spazio, ne è la caratteristica principale.

La moda ci dice molto (non tutto) della gente, delle strade, della cultura, della storia, delle paure e delle speranze di un momento storico che con determinati abiti si è attraversato.

Per esempio le righe, di gran tendenza oggi, sono sinonimo di spensieratezza, gioia di vivere, semplicità e fascino naturale e per questo hanno saputo conquistare il cuore e il guardaroba di molte donne e molti uomini. Nella storia hanno col tempo assunto significati diversi come anche le persone che le indossavano.

Le hanno indossate star del cinema ed intellettuali, ma sono anche state la divisa di prigionieri e schiavi.

Nel libro libro “ La stoffa del diavolo” di Michel Pastoureau racconta molto bene come nel medioevo le rigature fossero ritenute causa di disordine sociale. Infatti venivano indossate dai buffoni di corte, dai pazzi, da chi non era nella normalità, ovvero gli scarti della società, gli emarginati. Da qui “ il diavolo si nasconde tra le righe”.

Indossarle era considerata una forma di trasgressione, che segnava negativamente i giudizi delle persone, ed ecco perché carcerati li vestivano con la divisa a strisce.

Verso la fine del 700 però, durante la guerra d’indipendenza, diventa celebre il vessillo a strisce e quindi indossarle diventa un modo per affermare le proprie simpatie liberali.

E qualche anno dopo diventeranno l’insegna della rivoluzione Francese.

Facciamo ora un salto nel tempo fino all’ 800 e precisamente al 1858. La Marina Nazionale francese introdusse la divisa ufficiale da marinaio, descrivendone minuziosamente ogni dettaglio: la maglia (a maniche a lunghe) doveva avere 21 righe blu indaco per ciascuna delle vittorie di Napoleone, con strisce bianche due volte più grandi di quelle blu. Il design aveva lo scopo di renderli più facili da vedere in acqua in caso di emergenza. La maglia a righe è nota anche come “righe bretoni” perché era diffusa in Bretagna tra i pescatori che indossavano maglioni di lana (a righe) molto resistenti e adatti per ripararsi dal freddo durante le loro lunghe uscite in barca.

E chi se non la geniale Coco Chanel negli anni ’20 poteva sdoganare questa maglia da divisa tipicamente maschile, come capo femminile abbinandola a perle e rossetto e trasformandola in mise di tendenza elevandolo a simbolo dello stile chic balneare.

Da questo momento in poi la storia della shirt a righe nel mondo della moda è tutta in ascesa.

Divenne subito popolare tra le star, da James Dean e Brigitte Bardot a Edie Sedgwick e Audrey Hepburn…

Jean-Paul Gaultier ne farà il suo marchio di fabbrica indossandolo lui stesso e reinterpretandolo in tutte le sue collezioni.

È innanzitutto il potere evocativo di questo capo che conta per me, una nostalgiaE poi questo maglione alla marinara mi interessa per il suo lato graficoL’ho fatto in tutti i modi possibili e impossibili

In “ Vestivamo alla marinara” Susanna Agnelli racconta come nella sua infanzia passata in Versilia, lo stile marinaresco fosse una moda imprescindibile.

La maglia a righe orizzontali bianche e blu era già oggetto di culto e espressione di un modo di vivere.

La lista delle donne e degli uomini che ci hanno regalato dei veri momenti moda indossando la maglia a righe è lunga e trascende lo spazio e il tempo.

Con il denim: forma la coppia ideale per un outfit semplice. Per rendere più creativo l’abbinamento aggiungi dei gioielli sottili, labbra o unghie rosse, una grande cintura, rimbocca le maniche.

Con la pelle nera: ha la capacità di alleggerire l’aggressività una minigonna in pelle sexy o una giacca da motociclista rock. Usala come arma segreta quando i tuoi abiti sembrano troppo audaci.

Con la pelle scamosciata: è l’incontro di due personalità.

Con la mini gonna: il bon ton incontra l’audacia ed è subito amore.

Con i colori: fortunatamente, si abbina a tutti i colori, siano pastello o audaci, caldi o freddi, tutti vengono impreziositi da una classica marinière.

Con il leopardato: così originale, eccentrico e provocatorio, bisogna solo saperlo portare e dosare.

Con un trench e un paio di décolleté, è la perfetta divisa parigina anche se a me piace di più con delle sneakers.

Con la gonna midi a ruota: l’essenza del romanticismo, da abbinare ad un basco il gioco è fatto.

Con la salopette in jeans: per un look sbarazzino e fresco.

Con i pantaloni bianchi: per uno stile navy, splendido con il cappello di paglia e maxi cardigan.

Con i pantaloni blu/neri: a sigaretta o larghi con le ballerine, le sneakers o i tacchi è un classico facile ma sempre cool.


Con gli shorts e perché no con le bretelle.

Non c’è l’imbarazzo della scelta, voi quale combinazione preferite?

Non trovate che la moda sia anche decisamente divertente?

Se vi è piaciuto l’articolo votate con le stelline, grazie !!

A presto…

Cris…VeryCris

[Voti: 9   Media: 5/5]

Françoise Hardy- timeless inspiration 1966

Françoise Hardy, un’introversa diventata icona.

Volendo scegliere una donna europea simbolo dello stile ye’-ye’ (movimento giovanile e conseguente moda degli anni ’60), non ho avuto nessun dubbio nel volervi parlare di Françoise Hardy. La sua musica sognante e il suo stile unico l’hanno portata a essere un personaggio cult e decisivo per il mondo della moda. Ispiratrice per Yves Saint Laurent e Paco Rabanne, anche ora, negli anni più recenti ha ispirato e influenzato il lavoro di Nicolas Ghesquière (dir. creativo di Louis Vuitton ).

Françoise Hardy tuta progettata appositamente per lei da YSL
Françoise Hardy- abito di Paco Rabanne

Françoise Hardy è alta m.1,72. Ha grandi occhi verdi, intensi e lunghi capelli castano-dorati. È sottile fino a essere spigolosa, con un volto dai lineamenti marcati ma gentili. Ma è la “nonchalance” la caratteristica più evidente del suo fascino ed è per questo che l’ho preferita rispetto a Jean Birkin o altre bellissime “madamoiselle” di quegli anni. E’, secondo me, l’esempio più rappresentativo di classe, carisma e stile tipicamente francese senza esibizione o costruzione. Un’introversa diventata icona. Leggera, persino fragile di una grazia unica e inimitabile, incarnava e incarna ancora il fascino fresco e vibrante, l’eleganza rilassata che associamo alle donne francesi.

Conosciamola più da vicino.

Nata a Parigi nel 1944, figlia di una ragazza madre, si fece regalare una chitarra per la maturità (si diplomò al liceo due anni prima a 16 anni e fu accettata sia nel prestigioso Sciences Po Paris che alla Sorbona). Imparò da sola a strimpellarla e a scrivere canzoni fragili e sentimentali in un suo personalissimo stile che poi sarà molto imitato. A diciotto anni diventò improvvisamente celebre cantando “Tous les garçons et les filles”, canzone simbolo del disagio adolescenziale che vendette milioni di copie nel mondo.

Dalla sua prima apparizione televisiva francese nel 1962, in un maglione verde oversize, indossato in modo sbarazzino con lo scollo a V sulla schiena, divenne l’usignolo parigino affascinando il pubblico e i fan non solo parigini. Poteva solo essere francese Françoise Hardy!

Il suo sound e il suo stile minimalista, in tempi di “hippitudine”, furono in breve tempo simbolo di come vestire alla francese, della frangetta alla francese, del blazer alla francese e delle ruches alla francese, delle magliette alla francese e ovviamente delle canzoni alla francese.

La Hardy raggiunse la fama da adolescente, attraverso la sua voce meravigliosa, la profondità della composizione e la colorata malinconia, ingredienti che le permisero di vendere milioni di dischi in tutto il mondo francofono e non solo. Ma ci vuole più della bellezza e delle canzoni orecchiabili per diventare il simbolo di un’epoca nel mondo della moda e della musica.

Quindi qual è esattamente l’essenza del fascino di Hardy e perché ancora oggi ci affascina?

La sua voce nuova e inscindibile da quei capelli che cadevano lisci e lunghi, per quel fisico asciutto, flessuoso, per quella sua malinconia romantica che la faceva ridere raramente e per quella sua aria un po’ enigmatica e misteriosa, una specie di delicato broncio. Per quel suo “Je ne sais quoi“, leggerezza romantica e seducente.

La verità è che sono una solitaria, una marziana. Da sempre. Ingenua come poche, non avevo alcuna coscienza di me”.

Nel 1965 cantò al Savoy Hotel di Londra partecipando al periodo della Swinging London, incontrò i Beatles, i Rolling Stones, indossò le minigonne di Mary Quant. Nel 1967 decise di fondare una propria etichetta discografica (Asparagus), pubblicando diversi album, in Francia e all’estero (compresa l’ Italia).

Ebbe corteggiatori molto famosi: Bob Dylan (che compose un poema per lei), Mick Jagger (che in un’intervista la definì la sua “femme idèale”) e David Bowie.

Con Mick Jagger e Bob Dylan

“Quando conobbi Mick Jagger rimasi fulminata: aveva un carisma incredibile. Un giorno, mentre giravo per Londra, da sola come sempre, me lo ritrovai davanti: mi fece un sorriso che avrebbe sciolto chiunque. Io, timida, ricambiai e tirai dritto. Tempo dopo lessi un’intervista a un magazine in cui sosteneva che fossi la sua “femme idèale”. Incassai i complimenti e basta.

E Bob Dylan?

La sua musica mi commuoveva. Scrisse un poema per me e una sera mi invitò nella sua camera d’albergo per farmi sentire in anteprima due inediti. Magro, scheletrico, aveva le unghie lunghe e le dita gialle, mi fece quasi paura”.

“Sono stato per molto tempo appassionatamente innamorato di lei, come sono sicuro abbia indovinato. Tutti i maschi del mondo e anche alcune femmine, lo sono stati, e lo siamo ancora”. David Bowie

Recitò anche in alcuni film di Jean-Luc Godard, di Claude Lelouch e in Grand Prix di John Frankenheimer che da un punto di vista della moda la lanciò nel pantheon delle icone di stile. Il film è incentrato sul circuito di Formula 1 con la Hardy che vestiva le uniformi dell’ambiente da corsa. È impossibile scrivere la storia dei jeans attillati o dei pantaloni di pelle senza includere il ritratto di Françoise nel film “Grand Prix”, così come il suo guardaroba fuori dal set durante le riprese del film.

Durante le riprese di Grand Prix
Fuori dal set di Grand Prix

Fu in questo momento particolare che la sua bellezza disinvolta e sempre così insolita raggiunse l’apice. Esaltata dall’energia del look da corsa, la sua figura flessuosa si prestava alla silhouette sottile e aderente delle pelli e dei tessuti delle tute da corsa.

Ma il cinema non era nel suo mood e dopo Grand Prix non ne fece altri.

Nel 1968, il suo manager le propose di fermare il tour per un anno, per potersi dedicare alla scrittura delle canzoni e a nuove registrazioni. Lei trasformò questa pausa da temporanea in definitiva decidendo di ritirarsi dalle scene e non tenere più concerti dal vivo.

Detesto viaggiare, andare in tournée per me ha sempre voluto dire soltanto stare lontana dall’uomo che amo, con la paura di non ritrovarlo al ritorno. Voglio fare solo viaggi intorno a me stessa”

Fu una regina nel nobilitare i look più semplici e un’attitudine per mixare al meglio capi ultra femminili ad altri più maschili. Il suo mood e stato qualcosa di chic non passerà mai di moda, un’aria di moderazione ed eleganza che l’hanno distinta dagli stili giovanili più audaci e popolari in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Ha imposto il pantalone semi aderente, adottato persino dalla celebre Brigitte Bardot. Le scelte di moda di Françoise Hardy, i suoi tailleur bianchi Courrèges e il primo Smoking di Yves Saint Laurent. E nel 1967 ha dettato alle diciottenni di tutto il mondo: “Gonna lunga! Una spanna sotto il ginocchio!”. Anche così si costruisce un mito.

Tutto quello che indossava era molto chic, molto francese e molto indossabile anche oggi. Volete idee e spunti di stile?

la pelle nera, la dolcevita, i grandi occhiali
I jeans bootcut rigorosamente a vita. la docevita nera, gli stivaletti bianchi, il trench
le camicette con la rouges, gli shorts di pelle, gli stivali, la frangetta
i pantaloni di pelle aderenti, la camicia bianca, la bandana, gli occhialoni neri
il completo stile uomo rigorosamente nero, la camicia bianca con nastrino
il maglione melange fatto ai ferri
Una francese senza un cappello è una regina senza corona: un accessorio iconico da osare con altrettanto sfizio francese

Nel 2018 dopo anni di dura lotta contro la malattia e un’edema polmonare che, per un periodo, le ha compromesso la voce, Françoise Hardy è ritorna alla vita con un nuovo album.

Spero che questa splendida icona abbia affascinato anche voi. Se l’articolo vi è piaciuto condividetelo. Alla prossima !!

Cris…VeryCris

[Voti: 3   Media: 5/5]

Floreale – add bloom

La fantasia floreale è una tendenza sempre di moda.

Non esistono più le mezze stagioni e non esistono nemmeno più le stagioni per le stampe bouquet, i boccioli e i diversi motivi botanici-floreali.

Puntare su qualche nuovo abito dalle stampe floreali durante la prossima sessione di shopping significa assicurarsi un capo passepartout da indossare in ogni occasione, anche nei mesi invernali.

Dona un tocco di colore e leggerezza ai nostri look autunnali che principalmente sono di colore neutro o scuro. Come vediamo nella moda street style, il vestito floreale rimane romantico, ampio e voluminoso, dall’atmosfera vagamente gipsy. I tessuti impalpabili o drappeggianti per donare cadenze fluide e gentili su ogni tipo di figura.

In caso di temperature fredde, non rinunciate al vestito a fiori, abbinatelo a un maglione soft, a borsette dal gusto retrò e a stivaletti color cuoio.

I motivi floreali sono da sempre, associati a un’idea romantica di femminilità. Ma questo schema è stato più volte contraddetto dai creativi che con le loro collezioni hanno reinterpretato il tema secondo altre prospettive.

Come per esempio gli inizi degli anni ‘90 le leggere vesti di viscosa a stampe floreali erano abbinate con pesanti anfibi Dr. Martens oppure indossate con cappotti oversize dal taglio maschile. Abbinamenti che hanno ancora secondo me il loro fascino un po’ bucolico e un po’ dirompente ma sempre femminile.

Versatile e iper-abbinabile, l’abito floreale è favoloso con giacche in jeans e sneakers. Casual chic con blazer oversize e stivaletti alla caviglia. Geniale da portare sopra pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco, con giacca di pelle, con cardigan e stringate, con cappotto oversize e décolleté…

Gli abbinamenti da sperimentare sono praticamente infiniti. Se avete ancora dubbi sulla loro versatilità, vi basterà optare per abiti a fiori o gonne dalla lunghezza midi o maxi, a maniche lunghe e con stampe floreali dalle tonalità scure e intense per abbinarli con facilità agli altri capi e accessori invernali.

La fantasia floreale entrerà nei nostri armadi come un’ondata di aria fresca. Porterà con sé buon umore, tanto colore e qualche stravaganza, a testimonianza dell’irresistibile voglia di leggerezza che vive in ognuno di noi, malgrado tutto.

Vi lascio un po’ di spunti per concretizzare i vostri look invernali e non solo, perché appena si affacceranno le giornate più miti il vostro abito sarà sempre in voga…

Grazie per aver letto l’articolo, se ti è piaciuto condividilo e segui il mio blog.

Cris…VeryCris

[Voti: 3   Media: 5/5]

Pierre Cardin

Pierre Cardin
Pierre Cardin ci ha lasciato…una bellissima eredità.

Anni prima della missione Apollo 11 e ben prima dell’uscita di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick , lo stilista Pierre Cardin, che nel 1950 fondò la sua etichetta omonima a Parigi, immaginava attivamente la vita sulla frontiera galattica. La sua moda dal mood stravagante ha dato contorni allo spirito culturale visivo e stilistico dell’era spaziale.

“Il mio capo preferito è quello che invento per una vita che ancora non esiste”, ha detto spesso, “il mondo di domani”.

Cardin ha reinventato la minigonna con silhouette geometriche affilate come rasoi, ornamenti grandi come gioielli, grandi cerniere e ritagli. Ha realizzato tute, merletti e tute di maglieria per qualsiasi genere. Materiali sintetici innovativi come acrilico, vinile, paillettes, lurex e metalli scintillanti spesso erano presenti nei suoi progetti. Ha lavorato con un materiale chiamato Dynel, un tessuto che poteva essere modellato a caldo in pieghe complesse, commercializzandone una versione con il nome Cardine. Progettista di completi, ha immaginato elmetti di vetro a cupola e cappelli architettonici in un colore a blocchi di colore. Ha prodotto abiti ultraterreni e ha catturato l’immaginazione del pubblico per un giorno in cui i viaggi nello spazio potrebbero essere all’ordine del giorno.

Pierre Cardin

Dall’abito a bolle al costume Mao, dalla moda cosmonauta alla moda unisex, all’abito modellato in fibre sintetiche. Pierre Cardin mostra un feroce appetito per la sperimentazione. Le sue forme costruiscono sagome geometriche basate su cerchi e triangoli; il loro volume scultoreo richiede che il corpo si adatti ad esso. Pioniere, Pierre Cardin ha portato l’arte di vivere giapponese a Parigi e l’ha portata in vita nelle sue collezioni. Un viaggio nei dintorni del 1960 in Giappone sarà decisivo per questo incontro con la cultura giapponese. Lì incontra Hiroko Matsumoto, una modella giapponese che lo accompagna a Parigi e diventerà la sua amante. Nella sua casa di moda, Mademoiselle Hiroko è stata la sua musa e la sua musa ispiratrice per quasi dieci anni.

L’innovazione era il suo mantra…

Pierre Cardin grazie per averci trasmesso il tuo immaginario !

Cris…VeryCris

[Voti: 2   Media: 5/5]

Benedetta Barzini – timeless inspiration 1963

Benedetta Barzini: il fascino che resta immutato nel tempo.

Negli Anni Sessanta Diane Vreeland voleva modelle con personalità e cercava quella nuova bellezza a cui corrispondeva perfettamente l’italiana Benedetta Barzini dal volto irregolare e mediterraneo .Le fu presentata dall’italoamericana Consuelo O’Connell Crespi, all’epoca redattrice di moda, che la notò per strada.

Benedetta Barzini esordio con Diane Vreeland Vogue America

Benedetta debutta come modella nel 1963 a Roma per Vogue America ed entra così a far parte di quella costellazione di icone degli anni ’60.

Io non mi sono mai immedesimata nella follia del mestiere: perché, di follia, avevo la mia personale, che era anche più forte…Soffrivo di anoressia: ed è una malattia che ti tiene lontana dagli specchi, dal rivedere le tue fotografie, che ti fa scappare dal tuo corpo…”. ( B. B.)

Cominciò così, a vent’anni il suo esordio nella moda come modella. Benedetta pensò che sarebbe rimasta lontana dall’Italia solo qualche giorno, invece vi rimase per cinque anni. Gli obiettivi delle macchine fotografiche di Bert Stern, di Richard Avedon e di altri grandi fotografi, immortalarono quel suo particolare “volto” che metteva in evidenza una sofisticata interpretazione del look mediterraneo.

Barzini-Benedetta-1963-buccellati-collana
Benedetta-Barzini-in-Mila-Schon-Rome-1968
Benedetta-Barzini-Vogue-1965
Benedetta Barzini 1970 1965 con Moravia e Maraini

Benedetta Barzini la prima top model italiana degli anni ’60 è ancora bellissima, di una bellezza magnetica fatta di distanza, di quella distanza che crea appeal.

Mi è capitato di fare questo lavoro e mi ha insegnato tantissimo, ma all’epoca facevo quello che mi veniva richiesto e lo facevo al meglio. Non mi interessava il prodotto finito, mi interessava che chi lavorava con me mi dicesse: ‘abbiamo lavorato bene con lei, la richiamiamo’. Il risultato era il loro, non c’entravo io. Io facevo solo il mio lavoro” (Dall’intervista a Silvia Nucini su Vanity Fair )

Il suo lavoro lo ha fatto mantenendosi critica e distaccata, da intellettuale prestata all’immagine ed è in questa distanza che trapela il segreto del suo carisma.

Benedetta-Barzini-Vogue-1965-e-Sfilata-Marras

Il ritorno in Italia

Dopo 5 anni di vita da top model in America la Barzini tornò in Italia diventando una delle modelle predilette di Ugo Mulas, si dedicò poi alla famiglia, all’insegnamento sempre nel campo della moda e all’impegno politico. Negli anni 70 abbracciò da militante la causa femminista, diventando scrittrice e docente acuta e controcorrente di Antropologia della moda, in eterna lotta con un sistema che per lei significa sfruttamento del femminile.

Musa, modella, femminista, docente, giornalista, ribelle e anticonformista. Non si può definire Benedetta Barzini perché significherebbe inquadrarla in uno o più stereotipi che lei ha sempre rifiutato. Ma una cosa è certa, questa donna dalla personalità complessa e dall’intelligenza acuta ci ha regalato una delle conquiste che ha rivoluzionato il sistema moda, cioè che il fascino batte il tempo.

E’ il simbolo di un nuovo modo di vedere la moda, quello che va oltre l’idea che la bellezza debba per forza fondersi con la gioventù è una donna che non ha paura dell’età e del tempo.

Attualmente la Barzini è ancora modella, noi tutte, pensando a lei abbiamo bene impresse le immagini di una splendida donna orgogliosa delle sue rughe e senza trucco che sfila per i brand più prestigiosi come Armani, Gattinoni, Marras, Gucci…

J&W-Russia–fall-2013-Benedetta-Barzini
2012-Donna-Karan-Benedetta-Barzini
Benedetta-Barzini-per-Mila-Schön-Rocha-Anna-Molinari

Ogni volta che torna a sfilare o a posare per qualche fotografo, trionfante del rifiuto della chirurgia plastica e anche del trucco, tutti la guardano con ammirazione. Possiede tutt’ora un magnetismo che viene più dal pensiero che dal mestiere e l’innata capacità di riempire la scena:

“Da ragazza mi sono sempre detta: non lasciarti confondere da nulla”. ( B. Barzini)

Ha avuto ed ha ancora la capacità innata di nobilitare un abito, non solo attraverso la sua naturale eleganza, ma con l’intelligenza e la grazia che si rivelano attraverso la fierezza dello sguardo, la misura del movimento.

Ha dimostrato che non è la bellezza a contare, neanche nella moda, forse è la personalità, l’anima di una donna, ciò che resta dopo che la bellezza cambia o svanisce.

2017-Benedetta-Barzini-sfilata-Gregi-2012

Grazie a lei le donne ora, non sono più schiacciate sotto il peso di un’immagine di bellezza irraggiungibile, legata alla giovinezza e per questo è stata premiata per il suo impegno contro gli stereotipi femminili.

Stile ed eleganza sono attitudini che non svaniscono con il tempo, anzi, la consapevolezza e l’accettazione di sé esprimono la bellezza e la personalità.

Bene sarebbe ricercare una propria identità e difenderla senza timore riuscendo a non cadere nei clichè; è l’omologazione che va condannata! Non dobbiamo pensare sempre di essere costrette ad esibire la nostra bellezza e convincerci che non dobbiamo piacere continuamente.” ( Benedetta Barzini)

Rodo-campagna-2018-Benedetta-Barzini

Vorrei finire questo articolo riportando uno scritto di Antonio Marras a lei dedicato appoggiato sulle sedie della sala della sfilata a lei dedicata:

«Cara Benedetta è tanto che volevo scriverti, è tanto che volevo dedicarti una collezione, la cosa più preziosa che ho. Ho pensato a te nel scegliere tessuti e materiali, forme e volumi, ricami e intagli. È per te che ho scelto i colori». Si tratta di colori indefiniti e profondi, come rosa pallido, azzurro e amaranto; i colori dei quadri di pittori francesi dei primi del Settecento come Boucher e Watteau. «Ho pensato a te perché mi ricordi la Marchesa de Merteuil (la protagonista de Le relazioni pericolose di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos), libera dai cliche’ moralistici di una società che vive di apparenza. Perché sei unica e rigorosa e quindi puoi permetterti di essere cinica e sincera. E perché al contrario della Marchesa, hai vinto». (tratto da Il Corriere della sera)

Gucci, dopo aver reclutato Benedetta Barzini per la campagna Cruise 2020, ha chiamato la modella a posare anche per il lookbook della Pre-fall Donna 2020-21.

La musa rappresenta un punto d’arrivo ben superiore alla ’bellezza’ poiché non è legata alla temporalità della giovinezza.

Cris…VeryCris

[Voti: 2   Media: 5/5]

Come un plaid…

Il motivo plaid, ha una storia lunghissima che, decennio dopo decennio si rafforza, è sempre uno degli stili più cool delle stagioni fredde.